Penelope, attenta ai proci in casa!

6 agosto 2009
Tesse la tesa, disfa la tela. C’è una Penelope in ognuno di noi, che attende e tesse, che rimanda e disfa. Attendiamo qualcuno, sempre. Qualcuno che comprenda (filo di trama su ordito), qualcuno che accetti (filo di trama su ordito), qualcuno che ci illumini come uno specchio facendoci apparire migliori di quel che sappiamo essere (nodo di trama sull’ordito). Poi quando non giunge disfiamo (la trama torna indietro come un rewind: l’ordito si libera per restare di nuovo solo, incompleto, abbandonato a se stesso, non dalla trama: dalla tessitrice).
Io facevo del detto “La classe non è acqua” un dogma personale, mi rendo conto che è ancora così. La classe si vede quando disfi la trama dal suo ordito, dal modo in cui ritrovi ordinato e composto l’ordito stesso. Ma è più facile dire ciò che non è Classe da ciò che lo è, o per lo meno è più comprensibile.
Non è certo di classe parlare tra le righe!” interviene la Regina di Cuori.
E’ vero, non lo è. Bisogna saperlo fare, è come scrivere di sesso: servono più doti letterarie di quante ne abbia usate l’Alighieri nella stesura della Commedia. Oppure si offende l’altro, sottintesi troppo facili sono un’offesa all’intelligenza altrui, segreti da elementari sono un offesa all’altrui maturità.
E non è di Classe fare la volpe con l’uva!” specifica la Regina di Cuori che in virtù del sangue blù ritiene di saperla lunga sulla Classe.
Però Omero sarebbe stato d’accordo con lei, non si è mai sentito di una Penelope che disfando criticasse i proci perché pelosi, puzzolenti, o peggio perché non la volevano come lei voleva essere voluta. Insomma, Penelope era la regina di Itaca, mica una moglie da romanzetto harmony. Poi a me la volpe e l’uva non è mai piaciuta come metafora, perché l’essenza che descrive mi fa un po’ nausea.
Ricordo di A. che fu, tra le tante, una delle amiche migliori. E’ capitato anche a me di perdere qualcuno perché non ero in grado di relazionarmi, con A. fu così. Lei parlava una lingua e io parlavo solo il mio dialetto, anzi: il dialetto del Mio.
“Io, a me, mio…” e da capo “Io, a me, mio…” e da capo. Incapace in quel momento (spero solo in quello) di vedere l’altro ma troppo intenta a vedere me. A. cercava un’amica e io cercavo una masturbazione psicologica, una groupie che abbagliata dalle mie meraviglie confermasse quanto valessi (vedi legge della non esista dell’anima gemella chevale anche per gli amici: se l’uomo perfetto esistesse sarebbe per definizione idiota ad accontentarsi di me, quindi non esiste).
Pessimi presupposti per un buon thè” annuisce con me il Cappellaio Matto.
Ne ho visti tanti sbagliare come me. La differenza sta quando disfi la trama dall’ordito: o lo fai con classe o lo fai senza classe. Per me senza classe è circondarsi di quel che resta e che non ci bastava e farci adulare per colmare il vuoto mancato. Sarebbe come se Penelope disfasse la tela perché i proci non desiderano lei ma Itaca.
Sarebbe come se io avessi detto che A. non mi piaceva troppo, che voleva troppo da me, che “Io so’ io e voi ‘n contate ‘n cazzo” (il Marchese del Grillo). Che fa ridere si, ma proprio perché volgare, da volgo, privo di classe ma detto da un marchese che per definizione è classe. A volte per far ridere e non piangere tocca avere il sangue blù (lo capisse Silvio!).
Non rimprovero A. per aver scelto il meglio per sé. Io faccio lo stesso ogni giorno, è la legge del mondo adulto dove quando si fa la spesa si compra per necessità e consapevolezza, e non per capriccio e vizio. Mi dispiace, si, ma sono consapevole che non avevo abbastanza soldini per quell’articolo. Consapevole che un capo di alta sartoria costa caro perché sono servite mani di fata e polvere di stelle per confezionarlo in modo che cada bene su chiunque. E consapevole che un capo di alta sartoria vuole essere indossato da chi lo porterà schiena diritta, sguardo fiero e senza far tremare il tacco quando cammina, o peggio qualcuno che cammini taccheggiando sul pavimento.
Consapevole che io camminavo con l’orgoglio arrogante di chi taccheggia per farsi notare, lo sguardo basso di chi cerca una conferma nei suoi piedi e non nell’orizzonte, la schiena curva di chi si nasconde a se stessa, e il tacco tremolo di chi ha paura dei propri fallimenti. Ma non ho dato la colpa alle scarpe troppo strette, alle cuciture troppo qualcosa. Ero io ad aver deciso di non ero in grado di indossare l’abito e dunque non lo indossai bene. Questione di prospettive, direbbe Mio Fratello.
La classe la conquista chi comprende di non averne” annuisce magnanima la Regina di Cuori. Io sono d’accordo perché non penso di acquisti per eredità dinastica, per cultura o con una medaglia. La si conquista dentro di sé e selezionando tanto: se stessi e gli altri.
E’ meglio avere un marito stronzo che i proci in casa. E Penelope, nel disfare una trama dal tuo ordito ricorda sempre che le mani devono avere la loro eleganza, devono danzare fra la lana preziosa della tua vita, la mente va conservata pura, e lo specchio oltre il telaio non deve mai mentire di false lusinghe. O i proci entreranno in casa e li scambierai per amici. E sei chi ti accompagna, non sei chi ha preteso di meglio e diventerai una ladra di polli anche tu” mormora lo Stregatto.
Uno pari, lo pensavo distratto dal ricordo di una torta già mangiata e invece ascoltava! Gatto marziano e dispettosamente vendicativo!

3 nosense:

{ Luka } at: 7 agosto 2009 14:29 ha detto...

Penelope i proci li ignorava aspettando con pazienza che si stancassero, si stancarono quando tornò Odisseo ma si sarebbero stancati lo stesso.
Sono d'accordo, aveva classe.

{ white_rabbit } at: 7 agosto 2009 18:54 ha detto...

la classe è classe, e lo stregatto ti legge i pensieri. Son pensieri belli da leggere. Ciaooo ^^

{ Alice } at: 16 agosto 2009 18:54 ha detto...

@Luka la pazienza è un'arte di cui dispongo a tratti, è da vedere se la fortuna assiste chi mi incontra ;)

@Stefano grazie, speriamo lo pensi anche lo stregatto :D

 

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