Coming out generazionale

30 settembre 2011
(No, non ha a che vedere con quella noiosissima lista!)
Erano i miei primi anni delle elementari e me ne andavo a scuola, c’era l’insopportabile grembiulino rosa, brutto ma brutto che più brutto non si può. C’era la maestra fissata con Cristo che se sei cattivo ti tira i piedi nel letto mentre dormi, le infinite A sulla pagina, le maestre in cortile che si tiravano i peli delle gambe con le pinzette. Fine anni settanta, inizio anni ottanta.
Nel resto d’Italia, quello fuori dai cancelli della scuola e dalla porta di casa, arrivava la pillola anticoncezionale e di conseguenza i consultori.
I mariti erano contrari perché riduceva il loro controllo sulle mogli che potevano mettergli le corna (pensiero che in Egitto giustifica le mutilazioni genitali femminili), gli scapoli erano favorevoli. Le donne ignoranti, c’era chi rimaneva incinta perché pensava alla pillola come ad una compressa vaginale e i medici, più ignoranti di loro, non spiegavano un tubo, neanche di falloppio.
Io facevo collezione di gommine profumate e l’Italia cercava di capire cosa fosse la libertà sessuale di fare sesso senza procreare. Non che prima non succedesse, ma con un’angoscia al cui confronto l’ansia da prestazione moderna andrebbe solo presa a calci sui denti. C’erano poi gli uomini deboli di reni, che era un modo poco scientifico per dire che soffrendo di eiaculazione precoce non erano in grado di praticare il coito interrotto, risultato 20 figli nei paesi dove la pillola arrivava in ritardo, a stenti, a gomitate sui denti dell’ignoranza per lo più di volontari pazienti e di alcuni dei radicali ancora oggi in circolazione (miracolosamente non in pensione, ah, già, scusate, qui è la norma).
Quando io andavo al liceo, ascoltando Freddy che si vestiva da donna, c’era una professoressa che ci tediava spiegandoci la contraccezione. Non so bene come ma noi sapevamo già tutto al ginnasio e questa invadenza nelle nostre vite private ci sembrava inaccettabile, inammissibile e del tutto inutile. Ammetto che una compagna di classe sentendo parlare di sesso orale rispose che lei parlava spesso con sua madre di sesso, ma la reazione fu di massima ilarità con buona pace per il suo imbarazzo e la sua ignoranza, non più compresa e giustificata ma condannata.
La mia generazione era quella che Shirley Valantine (film) definisce “la generazione della clitoride” e per capire se un maschio diceva balle bastava porre qualche domanda mirata –ancora oggi, sic- e rifiutarlo come “povero idiota”.
Quella di mia madre era quella delle pillole ormonali che si inseriscono in vagina –brivido lungo la schiena- e che vanno prese di nascosto.
Io crescevo con i cantanti preferiti che morivano di hiv, all’epoca aids, e con i profilattici nella testa.
Lei con il coito interrotto e un patetico “Io speriamo che me la cavo”.
Io giocavo ai videogiochi, guardavo gli anime (all’epoca cartoni animati giapponesi), fumavo di nascosto, sapevo gli effetti che dava la cocaina, sognavo un poster di Nagel, il venerdì una certa discoteca, il sabato l’altra.
Lei sproloquiava di libertà senza sapere come usare la pillola, leggeva autori in Spagna proibiti scoprendo Marx (che io studiai a scuola, il modo più veloce per ammazzare un’ideologia è statalizzarla e farci le interrogazioni sopra), si infilava improbabili fiori nei capelli, sognava un viaggio in Europa dell’Est, il venerdì stava a casa o al massimo aveva una feste in casa con genitori presenti.

Escludendo la voglia di far notare come sia folle permettere a quella generazione là, quella della pillola vaginale invece che orale, di decidere dell’attuale società, internet compresa, di cui credo proprio abbia capito poco non avendola vissuta ma vista nascere, mi sorprendevo a pensare che non siamo mai stati meglio.
Nella mia vita, per altro non tanto lunga, ho sentito tante persone, e io stessa a volte ho detto, che sarebbe stato meglio nascere prima. Prima di uno, due, tre, dieci secoli. Chi predilige i romani, chi il medioevo, chi il risorgimento, chi l’ottocento e addirittura c’è chi sogna i primi del novecento dimenticandosi la Spagnola (che no, non era una pratica erotica). Immemori del passato lo rimpiangiamo.
Ci diciamo oppressi ma non sappiamo neanche di cosa parliamo, come le femministe al tempo delle mie elementari che pensavano bastasse prendere la pillola e avere un lavoro per essere indipendenti da una società castrante (per tutti, mica solo per le donne).
Ci piace la crinolina, diciamolo. Quell’odore di lavanda sulle lenzuola, i biscotti della nonna, l’idea che tutto fosse chiaro, semplice, determinato da una società non così caotica.
E invece la mia di nonna, che era meno ipocrita di altre nonne, raccontava ai nipoti delle amiche che nel dopo guerra si facevano “ricucire” la verginità per imbrogliare i futuri mariti, girava in macchina per Roma indicando dove un tempo si potevano trovare le mammane per abortire, affermava decisa che eravamo una generazione di sceme incapaci di manipolare un maschio come si deve (verissimo, per altro).
I nonni maschi raccontavano delle guerre, dei giorni passati a camminare tra avanzi umani, dei topi in camera da letto dove si tenevano i sacchi di farina durante la guerra… e i neonati figlioli, delle pulci, della fame, dei parenti falciati dalle febbri, dell’oro alla patria costato due vite vissute in un anno solo, del sangue degli altri che gli colava addosso, della morte ovunque come fosse una pratolina ai bordi di una strada di campagna.
Oggi giochiamo a fare i duri, diciamo di amare il sangue, il dark, la maleducazione, i cattivi, anzi diventiamo noi cattivi, giusto giusto perché un nostro nonno è andato a combattere perdendo ogni ingenuità e sputando sangue per tornare vivo, giusto, giusto per permetterci di dire fregnacce.
Ogni tanto mi dimentico che questa mia libertà di fare quello che voglio, quando voglio, di essere furba o scema, di considerare Teodoru Badiu un artista, di essere acculturata o ignorante, originale o banale non è arrivata gratuita come un regalo di Natale.
Ogni tanto mi dimentico che una volta all’anno, almeno per il giorno dei morti, si dovrebbe tornare seri e guardarsi dentro riconoscendo di essere dei fortunati e ingrati parassiti sociali.
Che questa crisi non è certo peggio della povertà del dopo guerra da cui i miei nonni (si quelli lì, che facevano l’agnello di Pasqua meglio di qualsiasi ristorante) si sono alzati, o della fame nelle campagne degli anni settanta dove crescevano genitori e parenti. Che non trovare lavoro oggi non significa morire di fame ma fare solo dei grandi sacrifici, perché alle spalle c’è ancora chi mantiene, sostiene, se non di persona con il lavoro di una vita lasciato in eredità. Che a quelli che verranno bisogna lasciare qualcosa, fosse solo l’onore di far parte di questo paese un tempo di eroici signorichiunque prendendone in mano le redini, rubandole fecero loro con i polli per nutrire i figli.
Che nessuna donna e nessun uomo della mia famiglia è mai stato bene quanto me.
E che chi verrà dopo di me starà ancora meglio. E che quando accadrà io vorrò sentirmi dire “grazie” per essere sopravvissuta alla corruzione che Tangentopoli ha solo fatto finta di estirpare imbrogliandoci tutti.

Da questa casa che costruì mio nonno venuto dal sud Italia, dove mia madre per prima in tutta la nostra stirpe ha affrontato un divorzio senza perdere l’onore… grazie, eh? Tranquilli, sto bene, c’è a crisi ma, davvero, mai stati meglio, giuro.

3 nosense:

{ il monticiano } at: 30 settembre 2011 18:15 ha detto...

E tu stai benissimo come si evince da questo tuo post così lucido nonché molto interessante sotto tutti i punti di vista.
Purtroppo, lo confesso senza vergognarmene, ho fatto parte della categoria dei rifiutati come "povero idiota".

{ Alice Lidden } at: 1 ottobre 2011 00:28 ha detto...

Non ci credo, dicevi bugie sulle fidanzatine avute?? Tu??? Noooo O.O° Aldo, ma che mi combinavi?!

{ Alice Lidden } at: 1 ottobre 2011 00:29 ha detto...

P.S. Alduccio, mi sorprende ma in onestà... l'abbiamo fatto tutti e tutte ;)

 

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