Uomo o marito?

26 settembre 2011
3 nosense
Quadro: Vettriano, pittore scozzese
 
Antefatto:
La signora ha quarant’anni, conosce un uomo giovane e poi decide di mollarlo e partire.
La signora è una quarantenne, single impenitente e ha paura dell’amore. Disse qualcuno di una signora, e io ci pensai su.

Io non ho ancora quarant’anni ma poco ci manca. Sono single, oppure molto confusa. Impenitente non lo so, dovrei cercarlo sul dizionario perché la mia cultura è solo un’illusione ottica.
Ho paura dell’amore? Chiunque ha paura dell’amore, solo un incosciente non ne ha paura e un  incosciente non sa amare. Ma di sicuro non lo rifuggo solo perché fa paura.
Così fan tutte:
C’è stato un periodo, intorno ai 31 anni, in cui decisi che dovevo sposarmi. Ormai hai un’età, devi sistemarti, mi dissi/dissero.
Così iniziai a guardarmi intorno per vedere, sembra assurdo ma è così che avviene, chi potevo sposarmi. I maligni diranno che avrei dovuto domandarmi chi voleva sposare me ma sapessero, i maligni, che qualche proposta mi è capitata e che anche gli uomini vivono questa fase.
Scruta e scruta, prova e riprova, le uscite si susseguirono, ogni sera con un potenziale marito, li rivedevo, si tastavano argomenti esistenziali, compatibilità su lungo tempo. Scartavo, scartavo, valutavo, ponderavo. Consapevolmente a volte, inconsapevolmente altre.
Ad un certo punto mi sono bloccata.
Era il turno di un tipo, un bravo ometto, serio, con lavoro in regola, pedigree in regola, il genere che ti apre la portiera. Un tipo da sposare, appunto.
Ma sciocco… orribilmente sciocco, con una visione delle donne quanto meno discutibile, una visione della politica quanto meno anacronistica (no, non fascista, ancora più anacronistica).
Poi bruttino, diciamocelo, io non sono per i figacci (trovo più sexy Claudio Bisio che Banderas) ma il tipo era bruttino.
Ne stavo parlando con un’amica e lei mi pone la domanda chiave, perplessa dalle mie perplessità: ma ti piace sto tipo o no?
Mh, no. Però è da sposare… ‘orco cane, ma come diavolo sto ragionando? Sto ragionando??
No.
La domanda che mi feci tornando a casa (mia, solo mia) fu quella fulminante: ma io voglio sposarmi? Mh.
No.

Io vivo per conto mio, rendo di conto solo a me stessa, parto quando voglio, resto se mi pare, compro quel che voglio, risparmio dove voglio, esco se mi va, mi impantofolo se non mi va, vedo le amiche, la famiglia, non litigo con famiglie altrui, non metto in ordine disordine altrui, se non mi va non pulisco tò, se mi va resetto i mobili di casa e ricompro, se mi va lavoro, se non mi va mi licenzio, giro in mutandazze, compro una guepiere, ingrasso, butto la guepiere, dimagrisco e resetto il guardaroba ricomprando la guepiere, spendo i soldi della tredicesima in scarpe, mi prendo un cane, un gatto, tre canarini se mi va, vado alle riunioni di condominio ma anche no, mi sveglio quando voglio, cucino se ne ho voglia, lascio i piatti nel lavello, il letto sfatto, le calze in giro, i capelli nella doccia e solo perché mi va trasloco, mi reinvento, rinasco.
Ho convissuto, eh?
Niente di tutto questo, si è in due, tocca rispettare anche l’altra persona, eh?
Non che io sia contro il matrimonio, ma mi sono resa conto che l’essere socialmente “sistemata” non vale la fatica e il disordine e la noia di un marito. E’ il marito che deve essere tanto gradevole da rendere gradevoli le rogne di una convivenza, o non ne vale affatto la pena. Un po’ come quando ci si sveglia la mattina dopo una serata intellettualmente soddisfacente, sessualmente appagante e l’alito non profuma… non ci si fa caso, i pro superano i contro.
Per colmare quella solitudine che ogni tanto prende? No.
Non ho un’amica, che sia una, di quelle sposate, che non si senta sola eppure ha un marito nell’altra stanza... su Facebook con le amiche virtuali, perché si sente solo pure lui.
Almeno nel mio caso c’è quella valigetta di speranza che la solitudine passi, e ogni tanto di fatto si parte e passa.
Da allora ho ricominciato a scrutare un uomo, non un marito.
Mi piace il fatto di poter garantire a colui che sta per offrirmi la cena che sta spendendo bene i suoi soldi, perché se lo inviterò dopo per un caffè lo farò solo perché è lui, non un marito, non un colmasolitudine, non un pagabollette e apribarattoli, ma lui. E lui è sexy, non sa di domestico, dice virilità, dice maschio, dice uomo. Poi si vedrà. Perché la donna che si sta mangiando il suo stipendio non lo fa perché ha fame, ma per sentirlo parlare pensando a dopo, quando lo sentirà respirare.
Quasi quarantenne, single per scelta finchè non cambio idea, impenitente? Non so, dovrei cercarlo sul dizionario.
Quello che so è che il fidanzatino della quarantenne non ci sapeva fare, anche se si sicuro non era stanco dopo un trasloco, che a Milano lei ha incontrato un maturo uomo navigato, indipendente, stanco dopo un trasloco ma che sa slacciare una guepiere.
Non so se lo ha sposato ma di sicuro non passano i weekend una davanti alla tivù l’altro su Feisbùk.
Benvenuta emancipazione, ad occhio ci hanno guadagnato anche gli uomini… i mariti nin so, dovrei cercare sul dizionario.

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Nostos-algia

21 settembre 2011
2 nosense
Nina Ribeiro


Rimandi, prendi tempo, perdi tempo.
Dopo una giornata di lavoro un pensiero, un lampo in un cielo che in questi giorni ama i lampi, come me. Un nome risale alla memoria, la curiosità di cercarlo nel vasto universo, con in mano una sigaretta consumata come un'amicizia passata.
Fa strano ritrovare qualcuno su un pezzo di schermo, ritrovarne i pensieri, la simiglianza, i curiosi intrecci della vita.
Difficilmente torno indietro, difficilmente mi volto nel mio cammino ma ogni tanto mi capita tra i piedi la nostalgia. Succede soprattutto in quelle notti in cui devo fare qualcosa e non ho voglia di farlo, allora ritardo, perdo tempo, prendo tempo, gioco con il tempo, aspettando che sia troppo tardi.
E' troppo tardi.
Per questi pensieri, per questi ricordi.
E' presto, domani si rimane a casa, solo un filo sottile di tagliente seta rimasto qui, da spazzare via come alla fine del lavoro, mai durante o porta male. Qualsiasi artigiano lo sa.
Curioso però riscoprirsi ancora tanto simili anche a distanza di anni ed eventi.

Intanto sento il rumore delle onde chiamare, intanto ritardo il doloroso riscoprirsi e rinascere dalle proprie ceneri. Eppure lo desidero, sotto la pelle, sotto i pensieri.
Ora l'ordine sta tornando, qualche pensiero, nella notte, si perde, poi si ritrova, poi si riprende.
E' tempo.
Ancora mi fido poco. Ma voglio che sia il tempo.
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Umbrella

18 settembre 2011
0 nosense
 Quadro: Jack Vettriano [Pittore Scozzese, born 1951]

C'è un ombrello nel vento.
E' fatto con gli scampoli dei tessuti avanzati durante l'anno, tessuti usati per creare abiti indossati, sfilati, cambiati, gettati. Un abito per ogni occasione mi indossi, cambi colori, facce, toni e voci, odori, pensieri, capelli, profumi, mutevole creatura che anticipa la stagione, gioca con il vento, ride tra le foglie che scivolano via assieme alle maschere che dondolano sull'attaccapanni come i tuoi vestiti abbandonati.
Ad ogni punta d'ombrello è cucito un lungo filo con tante scarpe consumate appese, nel vento.
Dagli stivali per la pioggia, alle scarpe buone della domenica, appese come palline su uno strano albero d'Autunno.
Una scarpa per ogni strada che hai percorso, una per i sogni perduti, una per le illusioni, una per le speranze, una per ogni goccia di malinconia, una per tutti gli istanti di gioia, una per ciò che ti lega il cuore e l'anima fino a strangolare la ragione, una per ogni pensiero che hai posseduto come una donna amata, una per ogni pensiero che hai perduto come una donna usata, una per ogni ricordo d'infanzia, una per ogni fatica adulta, una per ogni malattia vinta, una per ogni nemico sbaragliato, una per ogni nemico che ha vinto, una per ogni amico fedele, una per ogni amico che ha tradito, una per gli amori tessuta d'argento e rosso sangue, una per me.
Sotto la mia tenda di garza guardo dalla grande finestra il vento che scuote l'Autunno, tenta di farlo scendere dai rami degli alberi. Dorme l'Autunno sui rami degli alberi, pigro se ne sta appollaiato in posizione fetale, non vuole invecchiare, apparire per poi sparire e poi tornare, come un'amante di tanto tempo fa, di oggi, di domani, che forse, quasi certamente, tornerà.
Nel vento dondola un ombrello di scampoli, con dei fili appesi, sui fili infinite scarpe di strade percorse. Nel vento dondola un ombrello di scapoli di vita vissuta, strappata e ricucita.
Alzo una mano che copre il cielo, da qui è grande come l'universo intero.
Saluto il cielo.

Sono qui, sulla soglia della mia vita e guardo.
Dietro di me il nero denso della pece.
Sai cos'è la pece, bambina? Sai che non la puoi chiamare perchè vuoi camminare, bambina? Sai che ti afferra quando meno te lo aspetti, giunge quando vuole lei, brucia ogni fiore che hai piantato?
Pece distruttrice, pece densa come ciò che rimane nello spirito quando hai cacciato fuori ogni lacrima dagli occhi, e ti esce anche dal naso. Pece, nera, densa, che non puoi invocare, che non puoi desiderare, che non puoi mai, e poi mai, ancora mai, comandare.
Sotto i miei piedi un filo di seta grezza bianco e turchese.
Ricorda gli abiti di una Signora che incontrai molti anni fa senza preavviso.
Sai che il destino non esiste, bambina? Sai che è solo un'invenzione per chi non conosce, e non sa spiegare, la vita, piccina? Sai che ogni mattone che manca lo hai divorato, nella fame cancellato?
Davanti a me il bianco assoluto, la luce che paventa gli animi, che si pensa alla luce come liberazione eppure quando la si ha davanti spaventa.
In lontananza Pan urla. Mi sorprendo, perchè non tremo più.
"Dov'è il mio tremore?" mi domando come se avessi perso un figlio cresciuto con dedizione.
Sai che il buio attira l'uomo più della luce, fanciulla? Sai che si pensa di affrontare il peggio per poi diventare forti, bambina? Sai che si diventa forti solo quando si affronta il meglio, e la paura di perderlo, fanciulla?

C'è quell'ombrello che vola del vento, c'è questa soglia e ogni foglia, che chiede cosa io voglia fare, quale canzone cantare, in quale colore danzare.
Tentenno.
Indecisa.
Decisa.
So cosa farò. Non è il destino a comandare. Il destino è un'umana utopia, la scelta è soltanto mia.
So cosa ho scelto, da sempre, per sempre. So cosa farò, so che userò ogni forza delle gambe stanche, senza scarpe nei piedi, abiti indosso, neanche un gioiello, neanche un orpello.
Eppure tentenno.
Cerco la forza, ricarico pile. Nel caso nel bianco assoluto io debba nuotare, penso al futuro, a come organizzare.
La Luna dondola, pigra, l'Autunno dorme indolenzito, io tentenno.
Eppure avanzo, millimetro su millimetro mi sposto.
Riamando, cincischio, temporeggio, ascolto fin troppo, guardo con la coda dell'occhio, quell'ombrello che vola nel vento, le sue scarpe appese ballano.
Un profumo, mi servirebbe un buon profumo per decidermi... intanto attendo eppur mi muovo.

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Libri sgualciti

12 settembre 2011
0 nosense
Maggie Taylor

Davanti e dietro lo specchio, tutti sembrano molto intenti a guardarsi, ascoltarsi, toccarsi, ritrovarsi.
Questo Settembre sembra una Woodstock introspettiva.

Per coloro che trattano i libri come fragili cristallerie.
Hai mai fatto caso che alcuni trattano i libri come cristallerie? Li vogliono intonsi come bisturi d'ospedale, neppure dovessero operarci la loro mente, puliti, stirati, inodori, libreriati, appena sfornati.
Dicono che i libri per loro sono sacri...
Eppure chi ha fede sa, conosce, è consapevole, che ogni cosa che si sente sacra è...
La nostra fede nel nostro sacro è sempre sgualcita, sbattuta, bucata qui e là, ammaccata, orecchiata, sottolineata, evidenziata, cancellata, modificata, impolverata, re-incollata.
Chi ha un senso del sacro sa, che ci si arrabbia, che si fa pace, che si pretende e ci si delude, che si ama oltre l'immaginazione concreta d'Amore, che si sbaglia, si torna indietro e si sbaglia ancora, si ripiega, la si usa per pareggiare le zampe storte della vita, alcuni la bruciano nel caminetto, altri ci scrivono su appunti, memorandum esistenziali, la si scaglia contro il muro per riprenderla come fosse un uccellino, le si piange e ride addosso.
Il sacro è sgualcito, più è sentito e vissuto e più è sgualcito.
I miei libri hanno le orecchie, la schiena rotta perchè stiano aperti da soli, hanno macchie di cibo e le pagine ondulate dall'acqua perchè non ci separiamo mai, sono sbiaditi dal Sole, unti di sudore, buttati per terra, ripresi, cullati, contro il muro gettati, schiacciati l'uno sull'altro e tra loro incastrati, qualcuno sottolineato, qualcuno ha le pagine volanti, alcuni hanno l'adesivo come un protesi.
Una volta le famiglie bene compravano una bibbia o l'enciclopedia, la mettevano in salone, la pagavano otto stipendi, ci scrivevano sopra nascite, matrimoni, funerali, c'era su la storia della famiglia e standoci su, le persone, diventavano eterni come quel libro costoso.

Le donne della mia famiglia scarabocchiano e maltrattano i libri.
Mia madre li usa come polverina magica, se li sparge sul naso prima dormire e aspetta Morfeo in loro compagnia. Li ritrovi lì, con la luce accesa, sul suo naso. O per terra se si sposta.
Li lascia sulla sdraio unti di solare. Li abbandona sul prato poco prima che si attivi l'innaffiatoio, li porta in borsa, in viaggio, li riporta indietro, sempre, ma stanchi dall'avventura. Li tocca con le mani da cucina, sulla tavola, a colazione, marmellata sulla "Ragazza con l'orecchino di perla", caffè su "La rilegatrice di libri proibiti".
Mia nonna, quella che leggeva, li usava come libricini di appunti, li numerava per ritrovare il filo delle serie (giallista), li teneva vicino alla tv per appuntarsi un'informazione, vicino al telefono per un numero dato all'ultimo momento, ogni tanto ci faceva su i conti della spesa: 20.000 lire moltiplicato per...
Alcuni di questi preziosi manoscritti saltano fuori dagli scatoloni del trasloco.
Lilian Jackson Braun, la preferita di mia nonna, è una miniera di appunti con quella grafia che una volta insegnavano al Giulio Cesare e che ormai non ha più nessuno. Conti, appunti, ricette, parole, numeri, e lei sbuca fuori dalle pagine come un'allegra ombra di sé. Si materializza seduta al suo tavolo, che era stato di suo marito medico, gli occhiali inforcati a metà, uno sguardo alla tv e uno a quello che appunta, l'odore della stanza chiusa, in sottofondo una pentola bocca con delle verdure nella cucina che da quarant'anni non viene aggiornata.
E io li metto in ordine e penso. Un giorno i miei figli scopriranno la loro bisnonna leggendo quel vecchio gialletto che mamma tiene conservato. Vedranno la grafia dei primi del novecento, sorrideranno curiosi, si domanderanno cosa fossero quei conti con cifre a migliaia (ignari della lira) e, cosa più importante, magari decideranno di provare quella ricetta appuntata su retro di copertina.
Così la loro bisnonna, che non hanno mai conosciuto, insegnerà loro a cucinare.

E i figli di chi ha conservato i libri pronti per la vendita non sapranno mai chi fosse la loro bisnonna... la troppa cura a volte ammala il paziente, brontola mio nonno, il medico.

Ho capito che quando c'è un cambiamento bisogna accettarlo, Accettarlo significa cambiare cognitivamente modo di pensare. Significa spogliarsi del passato.
Me lo hanno insegnato con durezza, a volte accade, quando non vuoi ascoltare, s'irrigidiscono, alla vita viene la mano pesante.
Bisogna trovare altri spazi, dimensioni, nuovi pensieri, abitudini, tradizioni.
Irma non abita più qui, mi passa a trovare però, ogni tanto entra in casa, non mi scompongo, è un vecchio amico, poi esce. Si fa annunciare dalle luci esterne con quella sagoma da supereroe e poi fa il giro dello studio, gli piace lo studio, saranno le erbe nei vasetti?
Si arrampicano pigri però i gechi, uno grosso ha preso la tana di Irma, mi osserva dall'alto sotto la Luna che ci illumina.
Malinconia.
C'era una volta un ragazzino a cui spiegavo le cose che girava per questa casa e che toccava le cose fragili con la delicatezza di un intenditore.
C'era un cane che sapeva usare le zampe come mani che nasceva e cresceva e moriva in questa casa.
C'era un gatto nero che giocava a nascondino con una bambina.
C'era quella notte sul terrazzo con la scarabocchiatrice di gialli, a sussurrare tra di noi.
C'era il grande uomo che ha costruito questa casa che quando veniva controllava i lavori da fare e mandava gli operai, quelli di una volta a cui lasciavi le chiavi.
C'era la donna che non leggeva, che ci veniva poco ma mandava piatti cucinati.
C'era, c'era, era, era...
Non ci sono più.
Bisogna voltare pagina, sembra quasi un "peccato", nel senso di reato.
"Tu non credi nel peccato, nell'espiazione e nel reato" ricorda il Cappellaio Matto.
Lo so.
Questo non toglie la malinconia degli ultimi saluti, dell'ultimo scatolone svuotato di una vita intensa accompagnata da persone intense tanto da domandarsi se in futuro altre riusciranno a colmare quei vuoti che hanno lasciato.
"E' l'effetto gruyère" spiega senza farsi distrarre, sta facendo un cappellino di feltro per l'Inverno "In verità quei vecchi erano gruyère, tutti diventano gruviere, è per questo che quando c'è un terremoto non si cade, i buchi ammortizzano, ti rendono gommosa".
Ho qualche buco nel cuore, la Luna piena ci fa passare i raggi e li rinfresca.
Settembre, Settembre, quanta profondità porti con te...


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Irma la Dolce e lo Stregatto

6 settembre 2011
0 nosense
Biho Takashi (1890-1930)
Periodo: Meiji

Abbiamo trovato lo Stregatto!
Ci tenevo a farlo sapere.
In realtà se ne sta qui, si diverte a mettere il mondo sotto sopra. Non c'è bisogno che lo pensiate voi, lo so, sono stupida ad essermene accorta solo ora. Avrei dovuto capirlo da quel Gennaio fortunato che sarebbe stato un anno invertito e invece mi è servito Irma.
Chi è Irma?
Chi legge il mio Tumblr è già aggiornato. E' l'ultimo scherzetto dello Stregatto che ieri notte se la rideva sotto un cielo piovoso.
Riassumo brevemente:
Girando in terrazza trovo piccoli chicchi di riso neri, meglio identificabili con escrementini di topo (il geco fa la puntina bianca). La Regina di Cuori prendendo la mazza chiodata mi fa firmare un foglio in cui giuro sul conto in banca che la mattina seguente sarà chiamata d'urgenza la Zucchet.
Di notte lo Stregatto ha voglia di giocare e lo assecondo, accendo le luci fuori e faccio un ultimo giro di perlustrazione tra i chicchi di riso, inutile visto che i topi non si fanno sorprendere da due luci notturne.
Ma Irma si!
Alzando gli occhi, senza motivo, lo vedo appollaiato e addormentato. Irma la dolce, il pipistrello invertito.
Mi si perdoni ma non potevo che battezzarlo così: di giorno fa le ore piccole volando in giro e di notte dorme come un bradipo stanco.
Quindi ora sapete che ho un coinquilino, curiosamente diurno: Irma la Dolce.

Durante la giornata di oggi Irma, che era in giro a fare le ore piccole, mi ha fatta riflettere su come negli ultimi mesi il mondo sia sottosopra. Mi ha anche ricordato che Settembre è un mese particolare, un po' carnevalesco se vogliamo... In effetti il mondo piano, piano, se ne va da sopra a sotto e, come Irma, dorme.
Noi ci confondiamo per questa italica abitudine alle vacanze d'Agosto, il riprendere il lavoro con l'Autunno.
Lo vedo ridacchiare mentre brontolo che siamo noi, i bipedi, a stare alla rovescia e che si, proprio che forse si, la Torre di Pisa ha ragione lei, ed è dritta.
In ogni caso va da sé che ora so cosa fare. Basta arrivarci, non è mai importante quando ci si arriva.
Vi ho detto che ho rinominato questa casa "La Casa del Vento"?
Non si possono lasciare due finestre aperte che le porte sbattono. Si infila ovunque, sposta polvere, batuffoli di peli, porta con sé frasi di strada e di balconi, se qualcuno nella via ha la finestra aperta sembra di averlo in casa a parlare... e gli odori! Dovreste sentire che profumi, le mie piante si espandono in tutta casa, se si prova a bruciare un po' di incenso si può star certi si sentirlo una settimana dopo.
"Ricorda che quando tu senti gli altri, gli altri sentono te" consiglia prudente il Cappellaio Matto che quando vuole sa il fatto suo.
Lo so, ci bado, sussurro, mormoro, sai che novità, lo faccio da così tanto tempo che mi sembra un eterno sospiro concettuale, nato anche prima di me.
Il vento fa così, è bischero per natura. Gioca.
Ecco dov'è lo Stregatto ora, in quei batuffoli di polvere che sbucano dal nulla anche dopo che hai appena passato l'aspirapolvere.
C'è un bel fuoco che arde su un grill di ferro con tre piedi ben piantati sulla terrazza e, sorpresona!, abbiamo trovato un comignolo costruito quarant'anni fa che può servire da futura canna fumaria per un caminetto.
C'è vento che soffia, dondola, gioca, torna indietro, sbatte porte e finestre, arrotola pelucchi e crea peluche senza occhi.
C'è la pioggia che ogni tanto suona come un'orchestra, tanto forte che vedi le stelle abbracciarsi e prendere a danzare.
Ci sono i miei mirti, le marmellate al mirto, il miele di mirto, e tutte le altre aromatiche che germogliano impazzite anche loro come Irma.
C'è Irma la Dolce che fa le ore piccole diurne.
E poi ci sono io.
Trasandata, stanca, irascibile, preoccupata, indaffarata, sudata e affamata che mi faccio prendere dalle smanie del Bianconiglio. Proprio come la Lidden della storia che nel Paese delle Meraviglie va a far lezione d'etichetta.
Ora basta.
Ora ricomincio a giocare.


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Pioggia

5 settembre 2011
0 nosense
Piove.
Così, senza avvertire.
"A volte il cielo è dispettoso" borbotta la Regina di Cuori. Non che gliene freghi nulla, oggi si è sfogata, sono giorni che si sfoga e taglia teste, op, op, op, toc, toc, toc... e rotolano via, proprio come le gocce di pioggia sulla terrazza.
Si, c'è da dire che ora ho una terrazza, che dico una: due. Due terrazze da riempire di piante... il lato bello della vita... due terrazze da pulire... il lato tristemente concreto della vita.
Piove.
Così, senza avvertire.
"Volendo essere onesti è un mese che fa umido, oserei dire che finalmente ce l'ha fatta!" ed è un mese che il Cappellaio Matto continua a inveire contro il cielo, diurno e notturno, accusandolo di irresponsabile stitichezza.
Riassumiamo pure i fatti.
Mi sono trasferita, abbandonato il mio nido verde, turchese, giallo, con tocchi di impertinente rosso, spruzzate di spugnato e con quella sua aria da vecchia casa. Ora ce ne stiamo, io e il mio personale condominio, sui tetti come i gatti. Doppio piano, tanto spazio che da un mese ho perso lo Stregatto, doppie terrazze che girano intorno, girano, vorticano, si spostano quasi come le scale di Harry Potter, ci sono le scale, c'è la vasca incassata come nei film anni ottanta, ben tre bagni, credo cinque stanze (una la si può vedere solo con la Luna Piena), un salone che è una pista da ballo. Mi serviva spazio per il laboratorio, per lavoro. Ora c'è il telaio che di notte ogni tanto urla un "MIODDIO, MI SENTO SOLO! E' TUTTO BUIO!", ho imparato a lasciargli una lucetta accesa. Ha problemi con il parquet, un ulivo, e qualsiasi falegname vi dirà che l'ulivo è un legno nervoso, questo qui ha pure quarant'anni quindi oltre che nervoso ha la sindrome della vedova abbandonata. Da noi.
Chiariamoci, io non vivo nell'oro, no, solo che c'era questa casa di famiglia, e così grande... ci credete? Si affitta allo stesso prezzo della mia, piccoletta. Così a Gennaio sono iniziati i preparativi.
Gennaio.
E' stato fortunato gennaio, così, senza preavviso. Bastardo.
Mi ci ha fatto credere, non dico nell'annata, cielo, non sono mica nata ieri!, ma almeno un po' ci ho sperato, così, tanto per ricordare a Spes che la penso anche se la considero una cafona che non sa mai quand'è ora di uscire di scena.
Insomma da febbraio sono iniziate le rogne, prima piccole, timide, come un germoglio. Poi si vede che a Primavera, senza volerlo, gli ho dato il fertilizzante per sbaglio. Et voilà, sono cresciute come l'ortica. No peggio, l'ortica la uso in mille modi, le rogne no, al massimo si prova a spazzarle via ma va da sé, due piani, due terrazze, ho qualche problema di pulizie.
Quindi niente mare, neanche un giorno (per ora, me ne frego che piove, tanto in acqua mi bagno uguale), niente abbronzatura (ergo, niente Sole), niente vacanze e siccome il cielo è stitico da Luglio con questo caldo niente lavoro.
Ci ho provato, non è pigrizia, mi si accartocciata la pelle al contatto con la lana vergine non trattata, con l'umico era tornata pecora, ha belato, mi ha morsa e il risultato sono state mille bollicine da orticaria.
Sorvolo sul mio rapporto con i medici, la Regina si potrebbe risvegliare.
Insomma ho una casa nuova. Grandissima, affitterò almeno una stanza, se qualcuno sopporterà lo Stregatto che magari si è rintanato proprio lì.
E fuori piove. Senza neanche avvertire.
C'è da dire che dovrò finire di metterci i mobili, i miei ci nuotano dentro. Per ora ho traslocato e comprato piante. Mirti, rosmarini, incensi, lavande, basilici, flora mediterranea senza grandi fiori, senza grandi pretese. Cicciano, eh? Loro stanno 'na meraviglia. Cicciano beate e fanno cadere foglie. Mica perchè è Autunno, ancora non si sente qui. Così, per principio di territorialità, i cani fanno pipì e le piante disseminano le mattonelle di fogliame. La qual cosa fa impazzire il Bianconiglio, ma problema suo, io combatto le formiche e in barba all'ecologia stavolta uso tutti i veleni che ho trovato in commercio. Sembro il contadino con la volpe, le cerco di giorno e di notte, perchè io ho le formiche nottambule, lavorano sempre.
"Bando alle lagne!" singulto della Regina di Cuori a cui il Bianconiglio ha appena ricordato che bisogna dargli l'acqua e ci vuole un po' di tempo.
Piove e gli dai l'acqua? Ovvio, mica per l'acqua... è l'attenzione che conta.
Piove. Così, senza avvertire.
Nell'aria c'è Il valzer di Amelie, si espande in questa strada silenziosa, neanche fossimo in campagna. La pioggia suona, il Valzer anche, dondolano assieme, come due amanti stanchi.
Domani è Lunedì, domani c'è da fare, domani andiamo a cominciare.
E intanto piove, senza avvertire. Ma peggiorerà, mi avvertono dalla Sardinia che è in arrivo il Maestrale.
Almeno lui avverte, si annuncia, è educato, accidenti.
Si porterà il suo profumo di mirto e ginepro, di rosmarino e piante selvatiche. Troverà le mie e si faranno due chiacchiere. Invidio le piante, che parlano senza bolletta da mondo a mondo, così, senza farsi problemi.
Piove.
Mi bagna i ricordi, mi bagna i silenzi, mi bagna la malinconia, la dolcezza, un pizzico di follia. E con questa umidità farò fatica ad asciugare.
Hanno dato L'albero di Antonia l'altra sera. Indiscutibilmente uno dei miei film preferiti, si porta con sé tanti ricordi e la bambina dai capelli rossi più bella che sia mai esistita. Per chi volesse approfondire qui, ma consiglio di vederlo tutto, con calma e cuore aperto.
Piove, poco, il cappellaio si innervosisce, il Bianconiglio vuole innaffiare, la Regina borbotta che un altro gelatino al cioccolato ci starebbe bene, lo Stregato canta alla falce di Luna e io sento il profumo dell'incenso bruciato, foglie d'ulivo, un pizzico di salvia, un pensiero di erba buona.
Vado a innaffiare, mangiando un gelatino.
Sotto la pioggia.
C'est la vie.

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Come mi trovo

4 settembre 2011
0 nosense
Maggie Taylor

Oddio, io sono davvero così distratta!
Se e quando mi aggiorno mi trovo qui:

Ma non è detto che mi ricordi di aggiornarmi...
Di sicuro mi trovo nella bustina bianca e rossa. Non perchè mi ricordi, ma perchè se lo ricorda Firebunny. E siccome lui è un tipo ordinato si aggiorna, non come me.

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Dove vado

2 nosense
Maggie Taylor

Aspetta... ecco, volevo dire... me lo sono dimenticata.
Aveva a che fare con il seguire il filo di un aquilone, che poi non amo gli aquiloni, ma quel "a-qui-lo-n" mi ricorda Hellequin e mi sta simpatico per similitudine sonora. In fondo se ci si pensa un aquilone non ha molto senso, e neppure parlarne ha senso, al massimo guardarne ma dopo un po' annoia. Ammetterete che guardare la Mesnie non annoia mica per niente, mica un aquilone (ma forse non tutti sanno/vedono la mesnie, questione tra il filosofico, l'antropologico, il sacro e il profano... non vi sarete mica dimenticati che allo Stregatto il sacro sul letto di nozze con il profano a  provare posizioni aerobiche induce a fusa sonore, vero?
Comunque io sono presa da questa idiota occupazione, come dice De Gregori (Signora Aquilone), che poi anche lui, come me, ha il sospetto che tanto idiota non lo sia proprio ma non pensiamoci su e prendiamoci un thé, all'inglese perchè "té" può essere la seconda persona singolare pronunciata da un calabrese (non ci incavoliamo, il mio 1/4 calabro ha litigato con quelle "é" aperte per tutta l'infanzia).
Se proprio volete fare i pignoli vado, ma aggiornandolo periodicamente.
Andavo, passato, prima a salvare fauna e flora italiana. Poi ho capito che questa smania di vedere la Natura come una fanciulla da proteggere dall'uomo/drago la offendeva, se ci si pensa su appare chiaro che ci si deve credere assai potenti per pensarsi draghi davanti alla Natura. Al massimo pulci infestanti, così ho smesso di andare lì e ho comprato un DDT.
Andavo, passato, a ricreare il mondo come un artista. Intanto iniziavo dal virtuale, che si fa esperienza e si passa al reale. Una palestra artistica se si vuole, prendi un puntino, lo leghi ad altri puntini et voilà, hai fatto un logo. Lo chiamano design ma di fatto è un collage di puntini messi a caso su una pagina che non esiste, cosa che rende anche i puntini inesistenti. Questa storia divertiva non poco Il Cappellaio Matto, mettere assieme puntini, vederli e saperli inesistenti, la "non creazione". Dopo un po' questa non creazione artistica mi ha stancata ma bisogna sempre sperimentare il vuoto prima di sfiorare il pieno.

(in aggiornamento)
Per ora vado, incerto presente, dove mi portano le mie mani, attaccate ad un filo, a tratti da pesca, a tratti d'aquilone. Avete mai fatto caso che le mani hanno un cervello tutto loro? E' piccolino, non dico di no, ma ha una sua memoria (lunga!), i suoi tempi per imparare (lunghi!), le sue preferenze personali. Dev'essere per questo che i bambini molto piccoli le guardano stupidi, le aprono e chiudono perplessi. Loro... sanno. Poi si dimentica.
Le mie mani tessono, ma difficilmente disfano. Intrecciano, modellano, creano spesso per conto loro. Intanto la mia mente va, dove ora non chiedetelo, non sono fatti vostri. A tratti siete invadenti.
Quindi per ora vado lì, nel mondo dei materiali vivi e pulsanti.
Intanto mi allargo, come una macchia d'olio in un piattino d'acqua al profumo di erbe bruciate, io ruoto e mi allargo.
Il tutto, badate bene, silenziosamente. Non amo gli schiamazzi, non adoro la propaganda, sono ermetica quanto basta.


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