That is the Question!*

14 novembre 2011
2 nosense

Lo so, lo so. Sembro sparita, così... up, dentro lo specchio. No, ci sono, e quando ci sono (qui, nella dimensione parallela della piattaforma schifoogle) tento di adattarmi un template caruccetto che ho trovato. Ma si sa che ho perso la mano con css, html, javascript però mi è rimasto quell'occhio fetente per quel singolo, fetente, pixel fuori posto. Il che mi riduce a un "chiudi computer" velocemente quando arrivo al limite di tolleranza, per altro virtù assente nel mio pedigree astrologico.
Fuori di qui mi godo Scecspir e mi commuovo a Laerte che si getta sulla tomba della sorella, riduce Almeto al Peter Pan nevrotico qual'è, per quanto fascinoso, lo ammetto... sempre meglio di Otello, un Mastro Don Gesualdo della virilità: a metà tra il rude uomo militare e l'adolescente credulone e possessivo. Ovviamente non parlo di quella bufala di Scecspirinlov, film che brucerei sul rogo assieme a Buffy l'ammazzavampiri che almeno ha il pregio di non avere pretese.
Scusate, ogni tanto le signore si rifanno il trucco. E pure io.



* che non è un problema, bensì una questione. Come fa notare il Brucaliffo, tipo precisino sulle filosofie almeno quanto il becchino sull'uso corretto dei termini.

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Lettere alla Lepre Marzolina

1 novembre 2011
2 nosense

Ma tu lo sai che per gli inglesi la “lepre” è un simbolo di pazzia?
Davvero, pensano che le lepri siamo matte e che Marzo le renda ancora più pazze. Succede perché non si spiegano come mai LE lepri prendano a calci I lepri a Marzo. IL lepre si avvicina ALLA lepre e lei lo calcia, SDANG! Sul muso.
Questo però conferma quel che dicevano gli antichi: la pazzia è lo stato più vicino alla saggezza che esista.
Sorvolando sulle questioni femministe, secondo gli antichi il folle era posseduto, quindi preferito, dalle divinità. Non i compagni di scuola, bada bene, dalle divinità. Mica bruscolini. Ammetto che Platone già spiegava che il pazzo e il sacerdote si distinguono perché quest’ultimo riesce ad essere rispettato dalla divinità, ma la pazzia rimane il segno che distingue l’iniziando da chi proprio non ce la può fare a piacergli, alle divinità.
La lepre è anche simbolo di fertilità, come Marzo. Pazzia d’amore, follia da innamorati.
Quindi non potevo che chiamarti, per ora, Lepre Marzolina. È un augurio… eh? Va bene, va bene, è discutibile, un po’ folle, ma se io sono Alice di sicuro non puoi aspettarti la normalità. Sei d’accordo? Bene, anche se non lo eri mica cambiava niente, eh? E neppure ti salverai credendo in Mendel e nel suo “salta una generazione”. No, Lepre Marzolina, la follia è geneticamente dominante in questa famiglia. Tua nonna è matta, tuo nonno è folle, gli zii non si salvano, i tuoi bisnonni due visionari e una delle tue nonne giurava di aver visto gli elfi da bambina (bambina ho detto, niente droghe negli anni trenta, tutto naturale, spontaneo). Sullo zio Alex e il suo ramo di famiglia sorvolo, ne parliamo quando cresci, dopo che nasci. Però c’era la Zia con la telecinesi e almeno due persone giuravano che da bambini venivano messi in fila e tenuti buoni con oggetti volanti perfettamente identificati, e l’altra Zia che armeggiava con olio, sale e curava i famigliari... ma anche di questo riparliamo, forse, quando sarai grande, dopo che nasci.
Di fatto non si può evitare, neanche Freud ti può aiutare. Nooo, questa è pazzia filosofata, non si guarisce. Cos’è la pazzia filosofata? Cielo, ancora non ti ho insegnato nulla! È pazzia fatta filosofia di vita. Noterai che tua nonna non la mette neanche in discussione, ascolterai infinite chiacchiere con paroloni di tuo nonno per dimostrare che è normale, che è così, che riguarda il mondo. Io mi limiterò a dirti che questa famiglia fa della pazzia una filosofia di vita, che quindi non ci pensa proprio a guarire e che tu non potrai farlo perché da un lato ce l’hai genetica e dall’altro fa da fondamenta, un background strutturato di cultura su cui posi i piedi... ops, le zampe. E non vorrai destrutturalizzarti la psiche, eh? Fa male ed è come quando Pippo aggiusta i motori: ti resta sempre un pezzo fuori che non sai dove andava.
Oh, ma non preoccuparti… mamma renderà tutto divertente. Come? Ti fa paura? Non ci si riesce? Suvvia, non siamo ridicoli, la Buffezza salva il mondo e salverà anche te. Cos’è? Aaah, la Buffezza è una magia. Se sai farla invece di arrabbiarti sorridi, di offenderti ti sconquassi, di restarci male gli ridi in faccia. Davvero. Ma si, ma si che si può imparare, non preoccuparti… non mi farai mica la Lepre Angosciatina, eh? Sei Marzolina, vediamo di ricordarcene.
Dunque sappi che con tutta la famiglia festeggerai Halloween, lo dico perché ci siamo sotto e mi viene in mente. No, non siamo americanizzati, affatto. Halloween mica l’è americano, se vuoi fare una seduta spiritica puoi chiedere ai bisnonni, si è sempre festeggiata la vigilia di Ognissanti in Italia da prima che gli americani si togliessero i perizoma per mettersi i pantaloni. Quindi mamma ti ficcherà un lenzuolo in testa e ti manderà in giro per il palazzo a chiedere dolci… e se non te li danno o non rispondono (primo piano, uscendo dall’ascensore a destra, non rispondono mai, sappilo e se va a fuoco il palazzo e inutile cercare di avvertirli, tanto non rispondono) allora per un anno gli faremo gli scherzetti, tanto siamo all’ultimo piano e dal portone dovranno uscire prima o poi. Prima, di Halloween, tutta la tua famiglia si apposterà dietro gli angoli per farti BU!, scheletri di plastica saranno appesi dietro le porte e appena le apri ti si avvicineranno come a volerti prendere, ci saranno le fave fuori dalla finestra che non potrai mangiare e dovrai ascoltare le storie di chi non hai conosciuto. Poi, quando tutto sembrerà passato, faremo il pane in casa e lo porteremo assieme a nonna al cimitero, va bene uno lo faremo in più per te e ci metteremo gocce di cioccolato ma te lo mangerai lì, assieme ai bisnonni nel grande condominio dei morti dove, come cala il buio, la tua bisnonna (quella degli elfi) litiga con gli altri defunti i cui parenti lasciano marcire i fiori, è fatta così, che ci vuoi fare, Marzolina pure lei.
E, come mi ha insegnato lei, la mattina della Befana troverai le impronte di carbone e dovrai cercare il tuo sacco di regali per casa senza indizi (i raccolti della vita bisogna saperli vedere, Marzolina), e ci sarà sempre del carbone vero assieme a del carbone di zucchero, per imparare a distinguere il male dal bene senza farsi fregare dall’ingordigia, Marzolina.
Ma ti prometto che ogni Natale sarà una bomba, sono Alice nel nel Paese delle Meraviglie mica per niente. Aspettati un albero commestibile, biscotti, dolcetti, spezie, noci, castagne e chi più ne ha più ne metta! E ti dimenticherai dei regali perché Natale sarà un regalo, per stare assieme a tutti, per lavorare assieme, mangiare, parlare, costruire un anno che inizia. E non ti ho ancora parlato del Carnevale…
Fa ancora paura la follia? No, eh? Lo sapevo. Parti sempre da questa idea, mamma lo sa. Non importa che sia vero Lepre Marzolina, l’importante e sentirsi al caldo.
Una domanda? Beh, si certo, anche due… Perché, non ti piace? Allora significa che quando nascerai stamperò queste lettere e te le leggerò prima che ti addormenti, così non ci sarà nessuno “stupido” blog (le parolacce Marzolina, le parolacce sono quando fanno ridere). Sai che ho la memoria di un cardellino, non dimentico mai una promessa fatta ma i dettagli, stella del mattino, mi sfuggono con la velocità con cui tu mangi un biscotto quando hai fame. Tocca portar pazienza.
Bene, io ho iniziato a fare il mio. Tu vedi di fare il tuo, e tutto andrà per il verso più Buffoso, e la vita sarà un farti sorridere con me (cit.).
Quando nascerai.
Per ora... non sottilizziamo.





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I figli non sono mai esistiti

0 nosense
 Giuseppe D'Angelico impressionista, noto come Pino Daeni

Kahlil Gibran fu un’artista con quel talento tipico dei poeti geniali di riassumere in un termine il macrocosmo umano, leggendo alcuni suoi pezzi non posso fare a meno di ricordare che presso gli antichi i poeti erano sacri portatori delle parole divine, e in effetti in un termine sono capaci, alcuni, di concentrare il tutto.
Questo poeta libanese a cavallo tra l’ottocento e i primi del novecento scrisse alcuni pensieri che potrebbero diventare dogmi religiosi ancora oggi. E parlando con qualcuno mi è tornata in mente proprio una di queste perle.
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme.
Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri,
poiché essi hanno i loro pensieri.
Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro,
poiché abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare.
Cercherete d’imitarli, ma non potrete farli simili a voi,
poiché la vita procede e non s’attarda su ieri.
Voi siete gli archi da cui i figli, le vostre frecce vive, sono scoccate lontano.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito, e con la forza vi tende,
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
In gioia siate tesi nelle mani dell’Arciere,
poiché, come ama il volo della freccia, così l’immobilità dell’arco.

Credo fermamente in tutti i concetti che espresse in queste poche frasi: il futuro che non s’attarda, il passato costretto ad imitarlo, l’assoluta verità che un figlio è solo un individuo e non il prolungamento di un altro individuo, che appartiene a se stesso e alla sua vita e non a quella che lo ha generato, e la nobiltà di chi rimane a guardarlo esistere senza volerne rubare l'esistenza.
Eppure secondo molti figli devono restare con i genitori, devono amarli, devono far regnare la concordia in famiglia, devono comprendere il genitore e devono tollerare. La cultura italiana, il valore della famiglia, il metro di giudizio degli affetti famigliari. Il futuro costretto a rivolgere lo sguardo al passato che inevitabilmente inciampa. Essendo la sua stessa essenza costretta in avanti, a se stesso, al futuro stesso.
Gibran, da grande conoscitore dell’animo umano, cresciuto tra Islam, Cristianesimo e ideologie americane, è quasi iniziatico in questi pochi versi: dice una grande ovvietà compresa però solo da pochissimi.
Figlio è solo una parola, sopra la quale culture intere costruiscono una filosofia di vita, di pensiero e quindi di emozioni. Passando poi l’esistenza nella frustrazione affettiva perché la natura, innegabile, di questa parola è l’allontanarsi. Per lo meno se il genitore è un buon genitore, cosa di cui andare fieri come suggerisce la fine della poesia.
Un sacrificio quello del figlio di abbandonare la sicumera della casa d’origine. Un sacrificio quello del genitore di restare immobile ad osservare senza intervenire la freccia che parte, veloce, lontana, verso la vita. Una vita che non si sa come andrà, non si può sapere, non si deve provare a controllare o indirizzare per amore. Perché nel momento in cui la freccia abbandona l’arco non è più governabile. Una questione fisica, naturale, biologica ed ineluttabile da qualsiasi angolazione la si voglia osservare.
Nell’altra cultura, quella che sfida ogni legge fisica, naturale, biologica inevitabilmente restando delusa e ferita “amore figliale” significa “responsabilità d’accudimento” rivoltando i ruoli, diventando figli dei figli, costringendo a responsabilità che un figlio non può prendersi, a sentimenti che un figlio non può provare, a comportamenti che un figlio non può avere.
Gli antropologi e gli psicologi hanno a lungo analizzato il potere di dipendenza che i bambini sono in grado di creare. Al di là del trovarli piacevoli o molesti un adulto sano di mente non riesce ad aggredirli. Perché? Sembra che accada per la loro struttura fisica, le orecchie oblique, gli occhi smisuratamente grandi, la testa enorme rispetto al tronco, gli arti grassi, la pancia prominente, la bocca carnosa, i nasi piccoli istigano istintivamente a più miti comportamenti. Le donne conservano alcuni di quei tratti, in gravidanza ne accentuano altri, costringendo biologicamente il maschio umano ad una minore aggressività.
Ma un genitore non ha alcuno di quei tratti. Un anziano non possiede ciò che istintivamente porta all’accudimento e alla pazienza. Intellettualmente rispettiamo la sua conoscenza, la sua eventuale saggezza, e nel farlo lo si interpreta come punto di riferimento, come “responsabile della conoscenza”, ancora come colui che ha delle responsabilità e non che le delega. Questo processo mentale, non istintivo (la rupe spartana, s'accabadora la donna della morte sarda sono solo alcuni esempi di culture che vedono la vecchiaia come limite a cui con pietà porre fine), offre agli anziani dei vantaggi ma in cambio di una utilità, che non va confusa quindi con un dovere essendo uno scambio, e che non è accudimento ma rispetto.
Un figlio non deve nulla ad un genitore. Per questo la sua presenza, il suo chiedere consiglio, il suo portarsi nel futuro il passato è un prezioso dono da rispettare e meritare. Come è da rispettare e meritare il genitore che fiducioso ed equilibrato consideri la sua prole individui prima che figli, lasciandoli quindi andare per la loro strada senza pretenderli di controllarla.

Tutti sappiamo che i figli sono individui, pochi sanno che l’ansia di perderli non è un problema loro. Che un figlio adulto non è più un figlio, e che la parola serve solo per indicare che lo è stato. Che proviene da te, che è merito tuo se è la persona che è.
“Credi che mio figlio smetterà di essere mio figlio da grande?”
Non lo credo, è così.
E’ come domandarmi se credo che invecchierò. Certo che invecchierò, il tempo non si ferma perché io lo voglio e questo mi insegna a non volerlo. Oppure morirò prima, il futuro non crescerà, non invecchierà e non sarà più.
Ma questa è un’altra triste, tragica, inaccettabile questione. Una riguarda la vita, l’altra la morte.
Vita e morte convivono, ma una freccia spezzata dal vento mentre l’arco rimane giovane è inaccettabile. Noi però parliamo di una freccia che portata dal vento raggiunge il suo imprevedibile ed incontrollabile traguardo.

Il Tempo apre le sue porte in questi giorni. Per ricordarci che esistono delle porte. Per mostrarci che queste porte non possono essere aperte dagli uomini. E per farci comprendere che nulla ha il potere di invertire il flusso naturale di chi o cosa passa attraverso tali porte.
Neanche il Tempo.
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Non chiamatelo amore

27 ottobre 2011
2 nosense
Erik Mohr

Io amo. In qualsiasi giorno amo. Qualsiasi volto amo. Qualsiasi nome amo. Io amo.
Io no.
La maggior parte dei giorni mi incavolo, magari anche solo con il traffico, gli altri rilasso i muscoli in attesa di incavolarmi. La maggior parte dei volti sono brutti, magari anche solo dentro ma brutti. La maggior parte dei nomi sono ereditati, magari anche dai nonni ma non individuali. No, io non amo.
Spesso.
Ma a guardarmi intorno sono tutti innamorati. Poi stanno sulle chat con altre/i però sono innamorati, magari di qualcun altro. Una terza fantomatica persona, di solito irraggiungibile.
Uno sguardo ed è amore, un invito ed è amore, del sesso? Amore.
Vuoi scoprire se è amore?
Alla fine di una giornata di lavoro, dopo un ora di traffico congestionato, magari piove pure, vedi se accompagnandoti a fare la spesa al supermercato riuscite a parlare invece che concentrarvi sulle cose da comprare. Allora si, che è amore!
Si, lo so, lo so, me lo dici sempre: io ragiono come un uomo su molte cose. Odio lo shopping, sono razionale, realista e non disdegno una serata tv con la birra.
Ma mi sorprendo di questa mia originalità, mi fa un po’ sentire un pesce fuor d’acqua, lo ammetto, un po’ strana, curiosa, non sbagliata, no, ma un po’ sola si.
Chissà com’è confondere la solitudine con l’amore, il sesso con l’amore, l’affetto ormai fraterno con l’amore, la fragilità con l’amore, le frasi fatte con l’amore, le rose con l’amore. Sarebbe tutto così facile…
Si, lo so, persone come te non le noterei neppure, ammetto che sarebbe una perdita, uno svantaggio.
Ci sono giorni in cui lo vorrei però questo amore d’appoggio, sai quei giorni in cui il tempo è uggioso, il traffico impertinente, il corpo stanco e tu hai un pensiero in testa, un’idea, o uno sfogo e non c’è nessuno a cui dirlo?
Potrei girarmi, guardarti mentre leggi un libro sotto la luce stanca di un Sole d’Autunno e dirtelo. Così, senza motivo, solo perché mi è passato per la testa. Potrei dirti: vado a farmi una doccia. E sentirmi rispondere: mhmh. Se lo dico ora non mi risponde nessuno, c’è Suzanne che canta nelle casse ma per il resto la casa tace.
Però dovrei rinunciare ad amare, e questo non mi va molto. Dovrei anche rinunciare a reinnamorarmi e neanche questo mi va molto. Dovrei rinunciare a trovare anomala questa intimità, a trovare unico poter dire: vado a farmi la doccia, e sentirmi rispondere.
Dovrei caricarti delle mie frustrazioni. Ti ho mai detto che sono piena di frustrazioni? Quasi tutto mi fa sentire frustrata, difetto mio, lo ammetto. Il traffico, il computer lento, i soldi che mancano, il lavoro che singhiozza, la mia famiglia… tante frustrazioni. E diventerebbe tutta colpa tua, solo colpa tua. Non hai le spalle così larghe.
No, non sei tu, no. Penso che nessuno le abbia. Siamo tutti carichi di frustrazioni.
Non vedo il motivo di farti questo sgarbo, un amore d’appoggio.
Se è amore è diverso, si condivide la vita. Se è d’appoggio la si carica sull’altro. Insicurezze in testa.
Vedi? Parlo una lingua tutta mia. Gli altri dicono amore e io non capisco, sembra anche che polemizzo ma no, davvero, non capisco di cosa parlino. Per me avrebbero dovuto dire solitudine, noia, insicurezza, sesso, affetto nella migliore delle ipotesi. Capiamoci, non contesto mica che due persone possano stare assieme per evitare la solitudine. Affatto, però non lo chiamino amore.
Non è precisoneria, no, è che poi io non capisco di cosa parlano, è una richiesta di sostegno: fate conto che io abbia dei limiti linguistici, ad alcuni danno la pensione d’invalidità per questo, io non chiedo tanto, solo un po’ di collaborazione. E non chiamatelo amore.

Una volta ero in macchina, davanti a me un’auto si ferma, istanti d’immobilità, un anziano signore esce dal posto del guidatore lentamente a causa dell’età, gira intorno alla macchina, apre la portiera con difficoltà ad un’anziana signora che sorride, si baciano in bocca, con più intensità di due adolescenti, poi lui gira intorno all’auto lentamente per l’età, risale con difficoltà, lei fa ciao con la mano, lui parte. Io e un’amica restiamo ferme a guardarlo andare via, lei entra nel portone con passo leggero. Passa il tempo, il traffico si ingorga. Poi partiamo. Nessuno suona il clacson. Nessuno.
Amore.
Se ne sente il profumo a distanza. Ferma il tempo anche di chi solo lo sta guardando. E’ silenzioso. Ha un sorriso sul viso e mai lacrime. E’ sereno. E’ completo. E’ vivo, a qualsiasi età, anche con l’artrosi. Egli è, e chi lo vive è.

No, davvero, non chiamatelo amore.
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Voglio veder fallito Google

25 ottobre 2011
3 nosense

Sarebbe stato carino postare un bello scritto poetico ma questa mattina la sveglia ha suonato e nell’arco di 30 minuti mi sono presa tre incazzature di seguito, quindi il blog si becca un post sfogo.
Incazzatura 1)
Qualcuno è così gentile da spiegarmi che senso ha mantenere un’amicizia su internet quando è nata nel quotidiano?
Antefatto: due colleghe si conosco in ambiente di lavoro, escono insieme e si frequentano, si telefonano e via dicendo. Poi una delle due sparisce e si rifà viva su internet proponendo uno scambio di email.
Ora, se fosse un modo per allontanarsi lo capirei. Infatti non risponderò all’email quasi sicuramente. Ma siccome in verità è un modo per mantenere un contatto io non lo capisco proprio. Capisco che esistano i conoscenti, quella gente non intima con cui prendi l’aperitivo, vai al cinema, condividi un interesse per le mostre nei musei e basta ma il conoscente-confessionale che ogni tanto ti scrive la letterina illustrandoti i problemi intestinali del cane (giuro che ha scritto queste cose) davvero mi sfugge. Perché qualcuno pensa che potrebbe interessare a qualcun altro sapere che il cane ha avuto i vermi intestinali? O che hai avuto problemi gengivali (c’era anche questo)? Capisco anche che in una telefonata escano fuori cose così, ma un’email così non ha alcun senso. Lo scambio epistolare presuppone un argomento e non del gossip sulla quantità di macchie nella tovaglia messa in lavatrice. O almeno una lontananza, ho scambi d’email con amici che stanno in Cina, o in regioni lontane dalla mia. Ma di fatto non passo due ore al giorno al pc e quindi faccio prima a chiamarli. E siccome hanno una vita anche loro fanno prima a chiamarmi, magari mentre si è in coda alla posta.
Incazzatura 2)
Solo in Italia, soltanto in Italia capita che per installarti una caldaia ti obblighino a prendere un giorno di ferie dal lavoro. I tecnici, dio li strafulmini tutti, lavorano solo la mattina. Anche io, risposta telefonica. Nessuna soluzione.
Ora, io non lavoro solo la mattina ma infiniti miei coetanei con contratti in nero e senza ferie si. Come si concilia il precariato con le società che non avvertono al momento dell’acquisto del loro limite con i famosi tecnici?
Caldaia e condizionatori freddo/caldo per un totale di tre giorni chiusa in casa dalle nove del mattino con i tecnici. Tre giorni che ad alcune persone che conosco costerebbero il contratto traballante sul posto di lavoro.
Nessuno si è accorto che la casalinga non esiste più e che non tutti si possono permettere la colf?
E nessuno si prende la briga, ovviamente, di avvertirti prima dell’acquisto. Risultato io che dico alla tipa: ho scelta? Mi sta davvero, a Ottobre, senza riscaldamento, domandando se ho scelta? Avrei scelta se voi mi pagate i giorni di lavoro che perdo ma in caso contrario speriamo solo che l’assegno corrisponda a dei soldi ancora presenti in banca. Sa, c’è la crisi.
Vaff.
Incazzatura 3)
Sono mesi che ci litigo, una questione informatica di principio. E’ ufficiale: odio Google.
Non dell’odio che si regala al frigorifero quando ti schiaccia un dito, o al phon quando si rompe a Dicembre e hai un metro e venti di capelli bagnati, no. No, è un odio viscerale, come quello che si prova per una persona, quell’odio che porta jella o che, come direbbe mia nonna, lancia il malocchio.
Google, sappi che a te e alla tua geolocalizzazione ho lanciato un malocchio!
Tò.
Non ci avete fatto caso? Google ora rintraccia la località da cui vi collegate. E siccome Google lancia le mode anche Facebook,  Twitter, società di annunci pubblicitari. Peccato che in Europa è illegale, già, noi europei abbia questo vizio della privacy, obbligatorio per legge, che garantisce e tutela i navigatori dal far sapere a terzi chi siamo.
Quindi in forma di principio Google ti voglio vedere fallire e voglio vedere nasce Eurogle, il primo motore di ricerca che rispetta i diritti degli europei. Dannati americani!
In forma poi pratica la rogna si moltiplica nelle seguenti rogne: impossibilità di ricercare prodotti e siti web esteri se non inserendo complicate parole chiavi.
Es: se voglio ordinare un prodotto ha Harrolds e non ricordo il nome dei grandi magazzini inglesi dovrò digitare cose tipo: london, department store (che è la traduzione del traduttore di Google di grande magazzino) e alla terza voce appare Harrolds.
Prima invece bastava “department store” e mi offriva tutti i grandi magazzino del mondo, cosa utile perché mi permetteva di scoprire altri concorrenti, magari irlandesi, di Harolds.
Ora invece, scrivendo solo department store mi appaiono pagine in italiano, la Rinascente, luoghi vicino alla città da cui navigo e altre robe italiane di cui, avendo scritto in inglese, non me ne frega un tubo.
Di fatto non scoprirò più i grandi magazzini nel mondo, non potrò più acquistare in Giappone se non limitando la ricerca a quel luogo. Perché?
Perché Google non permette di disattivare l’opzione di geolocalizzazione.
Ho disattivato l'opzione su Firefox, Explorer e Chrome ma il problema rimane.
In più.
In Italia se scrivi da città piccole non ti appare la tua città perché lo snodo della linea internet è collegato spesso ad una città diversa. Quindi vivendo in un paese e volendo trovare un negozio vicino casa devo, come prima, scrivere in nome del mio paese e poi il negozio da trovare. Perché il geolocalizzatore mi indirizza comunque allo snodo presentato dal mio IP.
Insomma: tutto rimane uguale tranne la rogna di non poter cercare cose su un intero continente.
Senza contare che il fare la stessa cosa da parte dei social network come facebook permette ad un malintenzionato di incrociare le informazioni su di te e trovarti in meno di un ora.
Non so se sono stata chiara, ma so che ho installato Tor e tutti i programmi annessi.
Piccola curiosità, siccome alle grandi società piace controllarci molti siti rifiutano una connessione tramite i proxy di Tor.
Voglio andare a vivere in campagna, almeno nessuno potrà mai risalire alla via dove abito visto che in Italia, paese a volte fortunatamente retrogrado, non ci sono snodi internet nei paesini.
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Guai e confini

12 ottobre 2011
2 nosense
 
Riassumere tutto a una manciata di “emozioni di base” non fa per me. Sarà che da piccola crescevo in mezzo ad artisti, presunti o tali, ma ho sempre amato le sfumature tono su tono dei colori… e anche delle emozioni. Ed è difficile cogliere un tono di irritazione sul tuo volto o nella tua voce, semmai rabbia o frustrazione ma quell’irritazione tipica di chi trattiene un’alzata di mano come se spalasse un insulto dietro la schiena no, è difficile.
Lo constato, non lo critico. Lo accetto constatandone la rarità.
La maggior parte delle persone è convinta che essere tolleranti in una coppia significa sopportare i difetti dell’altro. Magari fosse così facile! Significa venire in contro alle necessità dell’altro senza fargli pesare le proprie nevrosi fin dove è possibile!” brontoli masticando la sigaretta, simbolo di quell’alzata di mano repressa “Uno dei pregi che hai è l’essere diretta, schietta e ora che fai? Trattieni?” questa suona proprio come una frase alla Pennac, la direbbe Benjamin anzi no, qualcuno a Benjamin, una critica alla francese. Sorrido.
Ok, il problema è tuo.
Proprio tu, che conosci il significato di “furor” mi neghi il diritto e il piacere marziano di sconfiggere un mio limite?” sorrido ancora, l’irritazione ti ha reso filosofico, parli con le mie parole… nel caso mi sfuggisse il concetto per momentanea imbecillità mentale, cosa di cui sembri convinto io, al momento, sia affetta. Sei buffo, poi è carino questo panegirico che ti sta inventando tra i fumi mentali di una giornata lunga e faticosa.
Va bene, va bene, il problema è tuo e il mio è dichiarare apertamente le mie necessità, è onesto e corretto, ragionamento civile e insindacabile.
La lezione va avanzi, il dettaglio è snocciolato in modo che non ci possiamo confondere sui termini che si sa, la lingua non è mai abbastanza precisa “Io dico rosso e tu pensi al carminio, io invece ho in testa un rosso cardinale” eh, lo so, lo dico sempre io… mondo cane, la simbiosi. Mi spaventa la simbiosi, non è che io ami stare troppo con me stessa… non mutiamo i confini, io resto io e tu resti tu, eh? Se volevo la mia copia invitavo a cena lo specchio, sia chiaro.
Mi gioco la carta “background”, antropologicamente e psicologicamente da tenere sempre in considerazione il background, famigliare soprattutto. E ti ricordo che vengo da una famiglia dove il “no” non esiste, dove i confini sono un insulto all’intimità del rapporto e l’altruismo del martirio (tradotto: sopportare in silenzio e con il sorriso le nevrosi dell’altro) è una medaglia al valore della Familia, alla latina, senza la G.
Poi rido. Perché lo sguardo che mi hai mandato ha circa otto anni, è imbronciato e sta dicendo: ciccina, non mi freghi mica con una mossa di scacchi così elementare, per chi mi prendi?
Però è onesta, come mossa, voglio dire che ci credo. Un giorno ti odierò abbastanza per presentarti un paio di esponenti e gongolerò a guardarti annegare nell’insistenza e nella mancanza di ascolto moralmente giustificata dal “siamo una famiglia”. per ora restiamo sul “fidati delle mie parole”.
Comunque hai ragione, non è un problema mio, le tue nevrosi sono tue, sconfiggerle, allargare i tuoi limiti, spazzare via gli spigoli della tua personalità è una tua personalissima guerra e si, so quanta soddisfazione da riuscirci e si, so che affrontarli perché ce lo chiede qualcuno a cui teniamo è più facile che affrontarli perché lo dobbiamo a noi stessi.
E mio è il problema del background famigliare, dei “no” che fanno sentire in colpa come se pretendere rispetto per i propri bisogni fosse un rifiuto affettivo, mio limite, mia guerra individuale, mai personalissima vittoria e soddisfazione quando ce la faccio.
Bene, siamo d’accordo, intellettualmente allineati, va da sé che succederà ancora, va da sé che per personali convinzioni si cercherà di evitare che succeda ancora, va da sé che si tollereranno le scivolate ma si premierà l’impegno con un “bonus fiducia” accumulabile nel tempo e spendibile tutti assieme se serve.
Questo “noi” fa l’altalena tra un percorso zen, i bisticci dei bambini e i punti raccolta della Conad. Sarà la mia ironia innata ma lo trovo sempre stimolante, già.
È questo il guaio.

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Coming out generazionale

30 settembre 2011
3 nosense
(No, non ha a che vedere con quella noiosissima lista!)
Erano i miei primi anni delle elementari e me ne andavo a scuola, c’era l’insopportabile grembiulino rosa, brutto ma brutto che più brutto non si può. C’era la maestra fissata con Cristo che se sei cattivo ti tira i piedi nel letto mentre dormi, le infinite A sulla pagina, le maestre in cortile che si tiravano i peli delle gambe con le pinzette. Fine anni settanta, inizio anni ottanta.
Nel resto d’Italia, quello fuori dai cancelli della scuola e dalla porta di casa, arrivava la pillola anticoncezionale e di conseguenza i consultori.
I mariti erano contrari perché riduceva il loro controllo sulle mogli che potevano mettergli le corna (pensiero che in Egitto giustifica le mutilazioni genitali femminili), gli scapoli erano favorevoli. Le donne ignoranti, c’era chi rimaneva incinta perché pensava alla pillola come ad una compressa vaginale e i medici, più ignoranti di loro, non spiegavano un tubo, neanche di falloppio.
Io facevo collezione di gommine profumate e l’Italia cercava di capire cosa fosse la libertà sessuale di fare sesso senza procreare. Non che prima non succedesse, ma con un’angoscia al cui confronto l’ansia da prestazione moderna andrebbe solo presa a calci sui denti. C’erano poi gli uomini deboli di reni, che era un modo poco scientifico per dire che soffrendo di eiaculazione precoce non erano in grado di praticare il coito interrotto, risultato 20 figli nei paesi dove la pillola arrivava in ritardo, a stenti, a gomitate sui denti dell’ignoranza per lo più di volontari pazienti e di alcuni dei radicali ancora oggi in circolazione (miracolosamente non in pensione, ah, già, scusate, qui è la norma).
Quando io andavo al liceo, ascoltando Freddy che si vestiva da donna, c’era una professoressa che ci tediava spiegandoci la contraccezione. Non so bene come ma noi sapevamo già tutto al ginnasio e questa invadenza nelle nostre vite private ci sembrava inaccettabile, inammissibile e del tutto inutile. Ammetto che una compagna di classe sentendo parlare di sesso orale rispose che lei parlava spesso con sua madre di sesso, ma la reazione fu di massima ilarità con buona pace per il suo imbarazzo e la sua ignoranza, non più compresa e giustificata ma condannata.
La mia generazione era quella che Shirley Valantine (film) definisce “la generazione della clitoride” e per capire se un maschio diceva balle bastava porre qualche domanda mirata –ancora oggi, sic- e rifiutarlo come “povero idiota”.
Quella di mia madre era quella delle pillole ormonali che si inseriscono in vagina –brivido lungo la schiena- e che vanno prese di nascosto.
Io crescevo con i cantanti preferiti che morivano di hiv, all’epoca aids, e con i profilattici nella testa.
Lei con il coito interrotto e un patetico “Io speriamo che me la cavo”.
Io giocavo ai videogiochi, guardavo gli anime (all’epoca cartoni animati giapponesi), fumavo di nascosto, sapevo gli effetti che dava la cocaina, sognavo un poster di Nagel, il venerdì una certa discoteca, il sabato l’altra.
Lei sproloquiava di libertà senza sapere come usare la pillola, leggeva autori in Spagna proibiti scoprendo Marx (che io studiai a scuola, il modo più veloce per ammazzare un’ideologia è statalizzarla e farci le interrogazioni sopra), si infilava improbabili fiori nei capelli, sognava un viaggio in Europa dell’Est, il venerdì stava a casa o al massimo aveva una feste in casa con genitori presenti.

Escludendo la voglia di far notare come sia folle permettere a quella generazione là, quella della pillola vaginale invece che orale, di decidere dell’attuale società, internet compresa, di cui credo proprio abbia capito poco non avendola vissuta ma vista nascere, mi sorprendevo a pensare che non siamo mai stati meglio.
Nella mia vita, per altro non tanto lunga, ho sentito tante persone, e io stessa a volte ho detto, che sarebbe stato meglio nascere prima. Prima di uno, due, tre, dieci secoli. Chi predilige i romani, chi il medioevo, chi il risorgimento, chi l’ottocento e addirittura c’è chi sogna i primi del novecento dimenticandosi la Spagnola (che no, non era una pratica erotica). Immemori del passato lo rimpiangiamo.
Ci diciamo oppressi ma non sappiamo neanche di cosa parliamo, come le femministe al tempo delle mie elementari che pensavano bastasse prendere la pillola e avere un lavoro per essere indipendenti da una società castrante (per tutti, mica solo per le donne).
Ci piace la crinolina, diciamolo. Quell’odore di lavanda sulle lenzuola, i biscotti della nonna, l’idea che tutto fosse chiaro, semplice, determinato da una società non così caotica.
E invece la mia di nonna, che era meno ipocrita di altre nonne, raccontava ai nipoti delle amiche che nel dopo guerra si facevano “ricucire” la verginità per imbrogliare i futuri mariti, girava in macchina per Roma indicando dove un tempo si potevano trovare le mammane per abortire, affermava decisa che eravamo una generazione di sceme incapaci di manipolare un maschio come si deve (verissimo, per altro).
I nonni maschi raccontavano delle guerre, dei giorni passati a camminare tra avanzi umani, dei topi in camera da letto dove si tenevano i sacchi di farina durante la guerra… e i neonati figlioli, delle pulci, della fame, dei parenti falciati dalle febbri, dell’oro alla patria costato due vite vissute in un anno solo, del sangue degli altri che gli colava addosso, della morte ovunque come fosse una pratolina ai bordi di una strada di campagna.
Oggi giochiamo a fare i duri, diciamo di amare il sangue, il dark, la maleducazione, i cattivi, anzi diventiamo noi cattivi, giusto giusto perché un nostro nonno è andato a combattere perdendo ogni ingenuità e sputando sangue per tornare vivo, giusto, giusto per permetterci di dire fregnacce.
Ogni tanto mi dimentico che questa mia libertà di fare quello che voglio, quando voglio, di essere furba o scema, di considerare Teodoru Badiu un artista, di essere acculturata o ignorante, originale o banale non è arrivata gratuita come un regalo di Natale.
Ogni tanto mi dimentico che una volta all’anno, almeno per il giorno dei morti, si dovrebbe tornare seri e guardarsi dentro riconoscendo di essere dei fortunati e ingrati parassiti sociali.
Che questa crisi non è certo peggio della povertà del dopo guerra da cui i miei nonni (si quelli lì, che facevano l’agnello di Pasqua meglio di qualsiasi ristorante) si sono alzati, o della fame nelle campagne degli anni settanta dove crescevano genitori e parenti. Che non trovare lavoro oggi non significa morire di fame ma fare solo dei grandi sacrifici, perché alle spalle c’è ancora chi mantiene, sostiene, se non di persona con il lavoro di una vita lasciato in eredità. Che a quelli che verranno bisogna lasciare qualcosa, fosse solo l’onore di far parte di questo paese un tempo di eroici signorichiunque prendendone in mano le redini, rubandole fecero loro con i polli per nutrire i figli.
Che nessuna donna e nessun uomo della mia famiglia è mai stato bene quanto me.
E che chi verrà dopo di me starà ancora meglio. E che quando accadrà io vorrò sentirmi dire “grazie” per essere sopravvissuta alla corruzione che Tangentopoli ha solo fatto finta di estirpare imbrogliandoci tutti.

Da questa casa che costruì mio nonno venuto dal sud Italia, dove mia madre per prima in tutta la nostra stirpe ha affrontato un divorzio senza perdere l’onore… grazie, eh? Tranquilli, sto bene, c’è a crisi ma, davvero, mai stati meglio, giuro.

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Sgualcito

29 settembre 2011
2 nosense


Seduta sul mio letto coperto da garza guardo l'orizzonte. Il vento mi sfiora l'anima con profumi lontani ma famigliari in questa notte senza Luna.
C'è l'odore di un abito sgualcito nell'aria, attraversa la stanza come un fantasma, non si accomoda, va di fretta.
In molti dicono di conoscere il dolore. In pochi conoscono il dolore.
Lo so, il mondo intero soffre. Ma non abbastanza da cogliere, mentre il dolore cambia i tuoi valori, cambia le priorità e le rende animali, selvatiche, violente.
Un abito è sgualcito, in basso strappato, gettato su di un letto sfatto e abbandonato.
Il dolore ci rende impotenti. La maggior parte delle persone non sa cosa fare quando se lo trova davanti, dunque fugge. Che sia suo o di altri.
Non sono mai stata troppo brava a correre, oggi poi fumo troppo per scappare e faccio di questa necessità un atto di virtuoso coraggio: non fuggo. Né dal mio, né dal tuo.
Posalo qui, sul palmo aperto delle mie mani questo bruciante dolore. Sono mani che lavorano, intessono, creano, cuciono, abituate al fuoco e agli spilli che portano fortuna in amore, cucirò questo strappo, stirerò le pieghe che contraggono l'anima addolorata.
Sangue caldo, denso e liquido che cola. Brucia l'anima e la pelle che lo sfiora. Sfrigola sotto l'acqua fertile di Egeria, diviene nube di vapore che acceca, nebbia pestilenziale che si infila nei polmoni e li rende uguali a quelli dei conciatori africani.
Ne farò un pendaglio che porterai sul cuore, e il dolore diventerà una protezione. Rosso rubino scuro come la terra porterà la vita dove prima c'era morte.
E' una prova di coraggio questo tuo guardarlo in faccia, avvolgertici dentro ai primi freddi d'Autunno come fosse una coperta intessuta dei tuoi tendini, di ogni muscolo contratto, di ogni vena tesa. So quanto la forza manchi, quanto si sentano anche nel corpo i morsi all'anima. Lascia che scorra, poi apri le porte all'istinto e non alla ragione.
La ragione è stolta, davanti al dolore le cedono le gambe, è forte solo finchè ha una sua funzione.
L'istinto in mezzo all'Oceano ti tiene a galla, per giorni, settimane, mesi o anni.
Saranno giorni se lo ascolti.
Troverà in te quello che non pensi di possedere più da infinite generazioni di evoluzione civile, civilizzata, educata, imbrigliata, castrata. Dal sangue rinascerai ricoperto del tuo stesso sangue, partorito da te stesso, figlio di te stesso.
Lascia scorrere nelle vene quella forza arcaica, libera la sua violenza senza curarti di chi ti è accanto, non pensare, non pensare, non pensare, seguilo, affidati, abbandonati, concediti alla tua gente che vita dopo vita ti ha dato vita.
Ogni resistenza prolungherà l'agonia. Ogni fuga donerà il silenzio che sentono le pecore nelle orecchie mentre i grilli cantano. Ogni ragione creerà gomitoli di orpelli in cui imbrigliarti.
C'è solo una cosa che puoi fare davanti al Grande Drago: guardalo in faccia e combatti. Imbraccia l'istinto dell'animale che possiedi e divoralo. Poi domalo, con la calma forza dell'istinto possiedilo come lui sta possedendo te.
Allora tu sarai il Grande Drago.
Questo il primo passo.
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Uomo o marito?

26 settembre 2011
3 nosense
Quadro: Vettriano, pittore scozzese
 
Antefatto:
La signora ha quarant’anni, conosce un uomo giovane e poi decide di mollarlo e partire.
La signora è una quarantenne, single impenitente e ha paura dell’amore. Disse qualcuno di una signora, e io ci pensai su.

Io non ho ancora quarant’anni ma poco ci manca. Sono single, oppure molto confusa. Impenitente non lo so, dovrei cercarlo sul dizionario perché la mia cultura è solo un’illusione ottica.
Ho paura dell’amore? Chiunque ha paura dell’amore, solo un incosciente non ne ha paura e un  incosciente non sa amare. Ma di sicuro non lo rifuggo solo perché fa paura.
Così fan tutte:
C’è stato un periodo, intorno ai 31 anni, in cui decisi che dovevo sposarmi. Ormai hai un’età, devi sistemarti, mi dissi/dissero.
Così iniziai a guardarmi intorno per vedere, sembra assurdo ma è così che avviene, chi potevo sposarmi. I maligni diranno che avrei dovuto domandarmi chi voleva sposare me ma sapessero, i maligni, che qualche proposta mi è capitata e che anche gli uomini vivono questa fase.
Scruta e scruta, prova e riprova, le uscite si susseguirono, ogni sera con un potenziale marito, li rivedevo, si tastavano argomenti esistenziali, compatibilità su lungo tempo. Scartavo, scartavo, valutavo, ponderavo. Consapevolmente a volte, inconsapevolmente altre.
Ad un certo punto mi sono bloccata.
Era il turno di un tipo, un bravo ometto, serio, con lavoro in regola, pedigree in regola, il genere che ti apre la portiera. Un tipo da sposare, appunto.
Ma sciocco… orribilmente sciocco, con una visione delle donne quanto meno discutibile, una visione della politica quanto meno anacronistica (no, non fascista, ancora più anacronistica).
Poi bruttino, diciamocelo, io non sono per i figacci (trovo più sexy Claudio Bisio che Banderas) ma il tipo era bruttino.
Ne stavo parlando con un’amica e lei mi pone la domanda chiave, perplessa dalle mie perplessità: ma ti piace sto tipo o no?
Mh, no. Però è da sposare… ‘orco cane, ma come diavolo sto ragionando? Sto ragionando??
No.
La domanda che mi feci tornando a casa (mia, solo mia) fu quella fulminante: ma io voglio sposarmi? Mh.
No.

Io vivo per conto mio, rendo di conto solo a me stessa, parto quando voglio, resto se mi pare, compro quel che voglio, risparmio dove voglio, esco se mi va, mi impantofolo se non mi va, vedo le amiche, la famiglia, non litigo con famiglie altrui, non metto in ordine disordine altrui, se non mi va non pulisco tò, se mi va resetto i mobili di casa e ricompro, se mi va lavoro, se non mi va mi licenzio, giro in mutandazze, compro una guepiere, ingrasso, butto la guepiere, dimagrisco e resetto il guardaroba ricomprando la guepiere, spendo i soldi della tredicesima in scarpe, mi prendo un cane, un gatto, tre canarini se mi va, vado alle riunioni di condominio ma anche no, mi sveglio quando voglio, cucino se ne ho voglia, lascio i piatti nel lavello, il letto sfatto, le calze in giro, i capelli nella doccia e solo perché mi va trasloco, mi reinvento, rinasco.
Ho convissuto, eh?
Niente di tutto questo, si è in due, tocca rispettare anche l’altra persona, eh?
Non che io sia contro il matrimonio, ma mi sono resa conto che l’essere socialmente “sistemata” non vale la fatica e il disordine e la noia di un marito. E’ il marito che deve essere tanto gradevole da rendere gradevoli le rogne di una convivenza, o non ne vale affatto la pena. Un po’ come quando ci si sveglia la mattina dopo una serata intellettualmente soddisfacente, sessualmente appagante e l’alito non profuma… non ci si fa caso, i pro superano i contro.
Per colmare quella solitudine che ogni tanto prende? No.
Non ho un’amica, che sia una, di quelle sposate, che non si senta sola eppure ha un marito nell’altra stanza... su Facebook con le amiche virtuali, perché si sente solo pure lui.
Almeno nel mio caso c’è quella valigetta di speranza che la solitudine passi, e ogni tanto di fatto si parte e passa.
Da allora ho ricominciato a scrutare un uomo, non un marito.
Mi piace il fatto di poter garantire a colui che sta per offrirmi la cena che sta spendendo bene i suoi soldi, perché se lo inviterò dopo per un caffè lo farò solo perché è lui, non un marito, non un colmasolitudine, non un pagabollette e apribarattoli, ma lui. E lui è sexy, non sa di domestico, dice virilità, dice maschio, dice uomo. Poi si vedrà. Perché la donna che si sta mangiando il suo stipendio non lo fa perché ha fame, ma per sentirlo parlare pensando a dopo, quando lo sentirà respirare.
Quasi quarantenne, single per scelta finchè non cambio idea, impenitente? Non so, dovrei cercarlo sul dizionario.
Quello che so è che il fidanzatino della quarantenne non ci sapeva fare, anche se si sicuro non era stanco dopo un trasloco, che a Milano lei ha incontrato un maturo uomo navigato, indipendente, stanco dopo un trasloco ma che sa slacciare una guepiere.
Non so se lo ha sposato ma di sicuro non passano i weekend una davanti alla tivù l’altro su Feisbùk.
Benvenuta emancipazione, ad occhio ci hanno guadagnato anche gli uomini… i mariti nin so, dovrei cercare sul dizionario.

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Nostos-algia

21 settembre 2011
2 nosense
Nina Ribeiro


Rimandi, prendi tempo, perdi tempo.
Dopo una giornata di lavoro un pensiero, un lampo in un cielo che in questi giorni ama i lampi, come me. Un nome risale alla memoria, la curiosità di cercarlo nel vasto universo, con in mano una sigaretta consumata come un'amicizia passata.
Fa strano ritrovare qualcuno su un pezzo di schermo, ritrovarne i pensieri, la simiglianza, i curiosi intrecci della vita.
Difficilmente torno indietro, difficilmente mi volto nel mio cammino ma ogni tanto mi capita tra i piedi la nostalgia. Succede soprattutto in quelle notti in cui devo fare qualcosa e non ho voglia di farlo, allora ritardo, perdo tempo, prendo tempo, gioco con il tempo, aspettando che sia troppo tardi.
E' troppo tardi.
Per questi pensieri, per questi ricordi.
E' presto, domani si rimane a casa, solo un filo sottile di tagliente seta rimasto qui, da spazzare via come alla fine del lavoro, mai durante o porta male. Qualsiasi artigiano lo sa.
Curioso però riscoprirsi ancora tanto simili anche a distanza di anni ed eventi.

Intanto sento il rumore delle onde chiamare, intanto ritardo il doloroso riscoprirsi e rinascere dalle proprie ceneri. Eppure lo desidero, sotto la pelle, sotto i pensieri.
Ora l'ordine sta tornando, qualche pensiero, nella notte, si perde, poi si ritrova, poi si riprende.
E' tempo.
Ancora mi fido poco. Ma voglio che sia il tempo.
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Umbrella

18 settembre 2011
0 nosense
 Quadro: Jack Vettriano [Pittore Scozzese, born 1951]

C'è un ombrello nel vento.
E' fatto con gli scampoli dei tessuti avanzati durante l'anno, tessuti usati per creare abiti indossati, sfilati, cambiati, gettati. Un abito per ogni occasione mi indossi, cambi colori, facce, toni e voci, odori, pensieri, capelli, profumi, mutevole creatura che anticipa la stagione, gioca con il vento, ride tra le foglie che scivolano via assieme alle maschere che dondolano sull'attaccapanni come i tuoi vestiti abbandonati.
Ad ogni punta d'ombrello è cucito un lungo filo con tante scarpe consumate appese, nel vento.
Dagli stivali per la pioggia, alle scarpe buone della domenica, appese come palline su uno strano albero d'Autunno.
Una scarpa per ogni strada che hai percorso, una per i sogni perduti, una per le illusioni, una per le speranze, una per ogni goccia di malinconia, una per tutti gli istanti di gioia, una per ciò che ti lega il cuore e l'anima fino a strangolare la ragione, una per ogni pensiero che hai posseduto come una donna amata, una per ogni pensiero che hai perduto come una donna usata, una per ogni ricordo d'infanzia, una per ogni fatica adulta, una per ogni malattia vinta, una per ogni nemico sbaragliato, una per ogni nemico che ha vinto, una per ogni amico fedele, una per ogni amico che ha tradito, una per gli amori tessuta d'argento e rosso sangue, una per me.
Sotto la mia tenda di garza guardo dalla grande finestra il vento che scuote l'Autunno, tenta di farlo scendere dai rami degli alberi. Dorme l'Autunno sui rami degli alberi, pigro se ne sta appollaiato in posizione fetale, non vuole invecchiare, apparire per poi sparire e poi tornare, come un'amante di tanto tempo fa, di oggi, di domani, che forse, quasi certamente, tornerà.
Nel vento dondola un ombrello di scampoli, con dei fili appesi, sui fili infinite scarpe di strade percorse. Nel vento dondola un ombrello di scapoli di vita vissuta, strappata e ricucita.
Alzo una mano che copre il cielo, da qui è grande come l'universo intero.
Saluto il cielo.

Sono qui, sulla soglia della mia vita e guardo.
Dietro di me il nero denso della pece.
Sai cos'è la pece, bambina? Sai che non la puoi chiamare perchè vuoi camminare, bambina? Sai che ti afferra quando meno te lo aspetti, giunge quando vuole lei, brucia ogni fiore che hai piantato?
Pece distruttrice, pece densa come ciò che rimane nello spirito quando hai cacciato fuori ogni lacrima dagli occhi, e ti esce anche dal naso. Pece, nera, densa, che non puoi invocare, che non puoi desiderare, che non puoi mai, e poi mai, ancora mai, comandare.
Sotto i miei piedi un filo di seta grezza bianco e turchese.
Ricorda gli abiti di una Signora che incontrai molti anni fa senza preavviso.
Sai che il destino non esiste, bambina? Sai che è solo un'invenzione per chi non conosce, e non sa spiegare, la vita, piccina? Sai che ogni mattone che manca lo hai divorato, nella fame cancellato?
Davanti a me il bianco assoluto, la luce che paventa gli animi, che si pensa alla luce come liberazione eppure quando la si ha davanti spaventa.
In lontananza Pan urla. Mi sorprendo, perchè non tremo più.
"Dov'è il mio tremore?" mi domando come se avessi perso un figlio cresciuto con dedizione.
Sai che il buio attira l'uomo più della luce, fanciulla? Sai che si pensa di affrontare il peggio per poi diventare forti, bambina? Sai che si diventa forti solo quando si affronta il meglio, e la paura di perderlo, fanciulla?

C'è quell'ombrello che vola del vento, c'è questa soglia e ogni foglia, che chiede cosa io voglia fare, quale canzone cantare, in quale colore danzare.
Tentenno.
Indecisa.
Decisa.
So cosa farò. Non è il destino a comandare. Il destino è un'umana utopia, la scelta è soltanto mia.
So cosa ho scelto, da sempre, per sempre. So cosa farò, so che userò ogni forza delle gambe stanche, senza scarpe nei piedi, abiti indosso, neanche un gioiello, neanche un orpello.
Eppure tentenno.
Cerco la forza, ricarico pile. Nel caso nel bianco assoluto io debba nuotare, penso al futuro, a come organizzare.
La Luna dondola, pigra, l'Autunno dorme indolenzito, io tentenno.
Eppure avanzo, millimetro su millimetro mi sposto.
Riamando, cincischio, temporeggio, ascolto fin troppo, guardo con la coda dell'occhio, quell'ombrello che vola nel vento, le sue scarpe appese ballano.
Un profumo, mi servirebbe un buon profumo per decidermi... intanto attendo eppur mi muovo.

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Libri sgualciti

12 settembre 2011
0 nosense
Maggie Taylor

Davanti e dietro lo specchio, tutti sembrano molto intenti a guardarsi, ascoltarsi, toccarsi, ritrovarsi.
Questo Settembre sembra una Woodstock introspettiva.

Per coloro che trattano i libri come fragili cristallerie.
Hai mai fatto caso che alcuni trattano i libri come cristallerie? Li vogliono intonsi come bisturi d'ospedale, neppure dovessero operarci la loro mente, puliti, stirati, inodori, libreriati, appena sfornati.
Dicono che i libri per loro sono sacri...
Eppure chi ha fede sa, conosce, è consapevole, che ogni cosa che si sente sacra è...
La nostra fede nel nostro sacro è sempre sgualcita, sbattuta, bucata qui e là, ammaccata, orecchiata, sottolineata, evidenziata, cancellata, modificata, impolverata, re-incollata.
Chi ha un senso del sacro sa, che ci si arrabbia, che si fa pace, che si pretende e ci si delude, che si ama oltre l'immaginazione concreta d'Amore, che si sbaglia, si torna indietro e si sbaglia ancora, si ripiega, la si usa per pareggiare le zampe storte della vita, alcuni la bruciano nel caminetto, altri ci scrivono su appunti, memorandum esistenziali, la si scaglia contro il muro per riprenderla come fosse un uccellino, le si piange e ride addosso.
Il sacro è sgualcito, più è sentito e vissuto e più è sgualcito.
I miei libri hanno le orecchie, la schiena rotta perchè stiano aperti da soli, hanno macchie di cibo e le pagine ondulate dall'acqua perchè non ci separiamo mai, sono sbiaditi dal Sole, unti di sudore, buttati per terra, ripresi, cullati, contro il muro gettati, schiacciati l'uno sull'altro e tra loro incastrati, qualcuno sottolineato, qualcuno ha le pagine volanti, alcuni hanno l'adesivo come un protesi.
Una volta le famiglie bene compravano una bibbia o l'enciclopedia, la mettevano in salone, la pagavano otto stipendi, ci scrivevano sopra nascite, matrimoni, funerali, c'era su la storia della famiglia e standoci su, le persone, diventavano eterni come quel libro costoso.

Le donne della mia famiglia scarabocchiano e maltrattano i libri.
Mia madre li usa come polverina magica, se li sparge sul naso prima dormire e aspetta Morfeo in loro compagnia. Li ritrovi lì, con la luce accesa, sul suo naso. O per terra se si sposta.
Li lascia sulla sdraio unti di solare. Li abbandona sul prato poco prima che si attivi l'innaffiatoio, li porta in borsa, in viaggio, li riporta indietro, sempre, ma stanchi dall'avventura. Li tocca con le mani da cucina, sulla tavola, a colazione, marmellata sulla "Ragazza con l'orecchino di perla", caffè su "La rilegatrice di libri proibiti".
Mia nonna, quella che leggeva, li usava come libricini di appunti, li numerava per ritrovare il filo delle serie (giallista), li teneva vicino alla tv per appuntarsi un'informazione, vicino al telefono per un numero dato all'ultimo momento, ogni tanto ci faceva su i conti della spesa: 20.000 lire moltiplicato per...
Alcuni di questi preziosi manoscritti saltano fuori dagli scatoloni del trasloco.
Lilian Jackson Braun, la preferita di mia nonna, è una miniera di appunti con quella grafia che una volta insegnavano al Giulio Cesare e che ormai non ha più nessuno. Conti, appunti, ricette, parole, numeri, e lei sbuca fuori dalle pagine come un'allegra ombra di sé. Si materializza seduta al suo tavolo, che era stato di suo marito medico, gli occhiali inforcati a metà, uno sguardo alla tv e uno a quello che appunta, l'odore della stanza chiusa, in sottofondo una pentola bocca con delle verdure nella cucina che da quarant'anni non viene aggiornata.
E io li metto in ordine e penso. Un giorno i miei figli scopriranno la loro bisnonna leggendo quel vecchio gialletto che mamma tiene conservato. Vedranno la grafia dei primi del novecento, sorrideranno curiosi, si domanderanno cosa fossero quei conti con cifre a migliaia (ignari della lira) e, cosa più importante, magari decideranno di provare quella ricetta appuntata su retro di copertina.
Così la loro bisnonna, che non hanno mai conosciuto, insegnerà loro a cucinare.

E i figli di chi ha conservato i libri pronti per la vendita non sapranno mai chi fosse la loro bisnonna... la troppa cura a volte ammala il paziente, brontola mio nonno, il medico.

Ho capito che quando c'è un cambiamento bisogna accettarlo, Accettarlo significa cambiare cognitivamente modo di pensare. Significa spogliarsi del passato.
Me lo hanno insegnato con durezza, a volte accade, quando non vuoi ascoltare, s'irrigidiscono, alla vita viene la mano pesante.
Bisogna trovare altri spazi, dimensioni, nuovi pensieri, abitudini, tradizioni.
Irma non abita più qui, mi passa a trovare però, ogni tanto entra in casa, non mi scompongo, è un vecchio amico, poi esce. Si fa annunciare dalle luci esterne con quella sagoma da supereroe e poi fa il giro dello studio, gli piace lo studio, saranno le erbe nei vasetti?
Si arrampicano pigri però i gechi, uno grosso ha preso la tana di Irma, mi osserva dall'alto sotto la Luna che ci illumina.
Malinconia.
C'era una volta un ragazzino a cui spiegavo le cose che girava per questa casa e che toccava le cose fragili con la delicatezza di un intenditore.
C'era un cane che sapeva usare le zampe come mani che nasceva e cresceva e moriva in questa casa.
C'era un gatto nero che giocava a nascondino con una bambina.
C'era quella notte sul terrazzo con la scarabocchiatrice di gialli, a sussurrare tra di noi.
C'era il grande uomo che ha costruito questa casa che quando veniva controllava i lavori da fare e mandava gli operai, quelli di una volta a cui lasciavi le chiavi.
C'era la donna che non leggeva, che ci veniva poco ma mandava piatti cucinati.
C'era, c'era, era, era...
Non ci sono più.
Bisogna voltare pagina, sembra quasi un "peccato", nel senso di reato.
"Tu non credi nel peccato, nell'espiazione e nel reato" ricorda il Cappellaio Matto.
Lo so.
Questo non toglie la malinconia degli ultimi saluti, dell'ultimo scatolone svuotato di una vita intensa accompagnata da persone intense tanto da domandarsi se in futuro altre riusciranno a colmare quei vuoti che hanno lasciato.
"E' l'effetto gruyère" spiega senza farsi distrarre, sta facendo un cappellino di feltro per l'Inverno "In verità quei vecchi erano gruyère, tutti diventano gruviere, è per questo che quando c'è un terremoto non si cade, i buchi ammortizzano, ti rendono gommosa".
Ho qualche buco nel cuore, la Luna piena ci fa passare i raggi e li rinfresca.
Settembre, Settembre, quanta profondità porti con te...


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Irma la Dolce e lo Stregatto

6 settembre 2011
0 nosense
Biho Takashi (1890-1930)
Periodo: Meiji

Abbiamo trovato lo Stregatto!
Ci tenevo a farlo sapere.
In realtà se ne sta qui, si diverte a mettere il mondo sotto sopra. Non c'è bisogno che lo pensiate voi, lo so, sono stupida ad essermene accorta solo ora. Avrei dovuto capirlo da quel Gennaio fortunato che sarebbe stato un anno invertito e invece mi è servito Irma.
Chi è Irma?
Chi legge il mio Tumblr è già aggiornato. E' l'ultimo scherzetto dello Stregatto che ieri notte se la rideva sotto un cielo piovoso.
Riassumo brevemente:
Girando in terrazza trovo piccoli chicchi di riso neri, meglio identificabili con escrementini di topo (il geco fa la puntina bianca). La Regina di Cuori prendendo la mazza chiodata mi fa firmare un foglio in cui giuro sul conto in banca che la mattina seguente sarà chiamata d'urgenza la Zucchet.
Di notte lo Stregatto ha voglia di giocare e lo assecondo, accendo le luci fuori e faccio un ultimo giro di perlustrazione tra i chicchi di riso, inutile visto che i topi non si fanno sorprendere da due luci notturne.
Ma Irma si!
Alzando gli occhi, senza motivo, lo vedo appollaiato e addormentato. Irma la dolce, il pipistrello invertito.
Mi si perdoni ma non potevo che battezzarlo così: di giorno fa le ore piccole volando in giro e di notte dorme come un bradipo stanco.
Quindi ora sapete che ho un coinquilino, curiosamente diurno: Irma la Dolce.

Durante la giornata di oggi Irma, che era in giro a fare le ore piccole, mi ha fatta riflettere su come negli ultimi mesi il mondo sia sottosopra. Mi ha anche ricordato che Settembre è un mese particolare, un po' carnevalesco se vogliamo... In effetti il mondo piano, piano, se ne va da sopra a sotto e, come Irma, dorme.
Noi ci confondiamo per questa italica abitudine alle vacanze d'Agosto, il riprendere il lavoro con l'Autunno.
Lo vedo ridacchiare mentre brontolo che siamo noi, i bipedi, a stare alla rovescia e che si, proprio che forse si, la Torre di Pisa ha ragione lei, ed è dritta.
In ogni caso va da sé che ora so cosa fare. Basta arrivarci, non è mai importante quando ci si arriva.
Vi ho detto che ho rinominato questa casa "La Casa del Vento"?
Non si possono lasciare due finestre aperte che le porte sbattono. Si infila ovunque, sposta polvere, batuffoli di peli, porta con sé frasi di strada e di balconi, se qualcuno nella via ha la finestra aperta sembra di averlo in casa a parlare... e gli odori! Dovreste sentire che profumi, le mie piante si espandono in tutta casa, se si prova a bruciare un po' di incenso si può star certi si sentirlo una settimana dopo.
"Ricorda che quando tu senti gli altri, gli altri sentono te" consiglia prudente il Cappellaio Matto che quando vuole sa il fatto suo.
Lo so, ci bado, sussurro, mormoro, sai che novità, lo faccio da così tanto tempo che mi sembra un eterno sospiro concettuale, nato anche prima di me.
Il vento fa così, è bischero per natura. Gioca.
Ecco dov'è lo Stregatto ora, in quei batuffoli di polvere che sbucano dal nulla anche dopo che hai appena passato l'aspirapolvere.
C'è un bel fuoco che arde su un grill di ferro con tre piedi ben piantati sulla terrazza e, sorpresona!, abbiamo trovato un comignolo costruito quarant'anni fa che può servire da futura canna fumaria per un caminetto.
C'è vento che soffia, dondola, gioca, torna indietro, sbatte porte e finestre, arrotola pelucchi e crea peluche senza occhi.
C'è la pioggia che ogni tanto suona come un'orchestra, tanto forte che vedi le stelle abbracciarsi e prendere a danzare.
Ci sono i miei mirti, le marmellate al mirto, il miele di mirto, e tutte le altre aromatiche che germogliano impazzite anche loro come Irma.
C'è Irma la Dolce che fa le ore piccole diurne.
E poi ci sono io.
Trasandata, stanca, irascibile, preoccupata, indaffarata, sudata e affamata che mi faccio prendere dalle smanie del Bianconiglio. Proprio come la Lidden della storia che nel Paese delle Meraviglie va a far lezione d'etichetta.
Ora basta.
Ora ricomincio a giocare.


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Pioggia

5 settembre 2011
0 nosense
Piove.
Così, senza avvertire.
"A volte il cielo è dispettoso" borbotta la Regina di Cuori. Non che gliene freghi nulla, oggi si è sfogata, sono giorni che si sfoga e taglia teste, op, op, op, toc, toc, toc... e rotolano via, proprio come le gocce di pioggia sulla terrazza.
Si, c'è da dire che ora ho una terrazza, che dico una: due. Due terrazze da riempire di piante... il lato bello della vita... due terrazze da pulire... il lato tristemente concreto della vita.
Piove.
Così, senza avvertire.
"Volendo essere onesti è un mese che fa umido, oserei dire che finalmente ce l'ha fatta!" ed è un mese che il Cappellaio Matto continua a inveire contro il cielo, diurno e notturno, accusandolo di irresponsabile stitichezza.
Riassumiamo pure i fatti.
Mi sono trasferita, abbandonato il mio nido verde, turchese, giallo, con tocchi di impertinente rosso, spruzzate di spugnato e con quella sua aria da vecchia casa. Ora ce ne stiamo, io e il mio personale condominio, sui tetti come i gatti. Doppio piano, tanto spazio che da un mese ho perso lo Stregatto, doppie terrazze che girano intorno, girano, vorticano, si spostano quasi come le scale di Harry Potter, ci sono le scale, c'è la vasca incassata come nei film anni ottanta, ben tre bagni, credo cinque stanze (una la si può vedere solo con la Luna Piena), un salone che è una pista da ballo. Mi serviva spazio per il laboratorio, per lavoro. Ora c'è il telaio che di notte ogni tanto urla un "MIODDIO, MI SENTO SOLO! E' TUTTO BUIO!", ho imparato a lasciargli una lucetta accesa. Ha problemi con il parquet, un ulivo, e qualsiasi falegname vi dirà che l'ulivo è un legno nervoso, questo qui ha pure quarant'anni quindi oltre che nervoso ha la sindrome della vedova abbandonata. Da noi.
Chiariamoci, io non vivo nell'oro, no, solo che c'era questa casa di famiglia, e così grande... ci credete? Si affitta allo stesso prezzo della mia, piccoletta. Così a Gennaio sono iniziati i preparativi.
Gennaio.
E' stato fortunato gennaio, così, senza preavviso. Bastardo.
Mi ci ha fatto credere, non dico nell'annata, cielo, non sono mica nata ieri!, ma almeno un po' ci ho sperato, così, tanto per ricordare a Spes che la penso anche se la considero una cafona che non sa mai quand'è ora di uscire di scena.
Insomma da febbraio sono iniziate le rogne, prima piccole, timide, come un germoglio. Poi si vede che a Primavera, senza volerlo, gli ho dato il fertilizzante per sbaglio. Et voilà, sono cresciute come l'ortica. No peggio, l'ortica la uso in mille modi, le rogne no, al massimo si prova a spazzarle via ma va da sé, due piani, due terrazze, ho qualche problema di pulizie.
Quindi niente mare, neanche un giorno (per ora, me ne frego che piove, tanto in acqua mi bagno uguale), niente abbronzatura (ergo, niente Sole), niente vacanze e siccome il cielo è stitico da Luglio con questo caldo niente lavoro.
Ci ho provato, non è pigrizia, mi si accartocciata la pelle al contatto con la lana vergine non trattata, con l'umico era tornata pecora, ha belato, mi ha morsa e il risultato sono state mille bollicine da orticaria.
Sorvolo sul mio rapporto con i medici, la Regina si potrebbe risvegliare.
Insomma ho una casa nuova. Grandissima, affitterò almeno una stanza, se qualcuno sopporterà lo Stregatto che magari si è rintanato proprio lì.
E fuori piove. Senza neanche avvertire.
C'è da dire che dovrò finire di metterci i mobili, i miei ci nuotano dentro. Per ora ho traslocato e comprato piante. Mirti, rosmarini, incensi, lavande, basilici, flora mediterranea senza grandi fiori, senza grandi pretese. Cicciano, eh? Loro stanno 'na meraviglia. Cicciano beate e fanno cadere foglie. Mica perchè è Autunno, ancora non si sente qui. Così, per principio di territorialità, i cani fanno pipì e le piante disseminano le mattonelle di fogliame. La qual cosa fa impazzire il Bianconiglio, ma problema suo, io combatto le formiche e in barba all'ecologia stavolta uso tutti i veleni che ho trovato in commercio. Sembro il contadino con la volpe, le cerco di giorno e di notte, perchè io ho le formiche nottambule, lavorano sempre.
"Bando alle lagne!" singulto della Regina di Cuori a cui il Bianconiglio ha appena ricordato che bisogna dargli l'acqua e ci vuole un po' di tempo.
Piove e gli dai l'acqua? Ovvio, mica per l'acqua... è l'attenzione che conta.
Piove. Così, senza avvertire.
Nell'aria c'è Il valzer di Amelie, si espande in questa strada silenziosa, neanche fossimo in campagna. La pioggia suona, il Valzer anche, dondolano assieme, come due amanti stanchi.
Domani è Lunedì, domani c'è da fare, domani andiamo a cominciare.
E intanto piove, senza avvertire. Ma peggiorerà, mi avvertono dalla Sardinia che è in arrivo il Maestrale.
Almeno lui avverte, si annuncia, è educato, accidenti.
Si porterà il suo profumo di mirto e ginepro, di rosmarino e piante selvatiche. Troverà le mie e si faranno due chiacchiere. Invidio le piante, che parlano senza bolletta da mondo a mondo, così, senza farsi problemi.
Piove.
Mi bagna i ricordi, mi bagna i silenzi, mi bagna la malinconia, la dolcezza, un pizzico di follia. E con questa umidità farò fatica ad asciugare.
Hanno dato L'albero di Antonia l'altra sera. Indiscutibilmente uno dei miei film preferiti, si porta con sé tanti ricordi e la bambina dai capelli rossi più bella che sia mai esistita. Per chi volesse approfondire qui, ma consiglio di vederlo tutto, con calma e cuore aperto.
Piove, poco, il cappellaio si innervosisce, il Bianconiglio vuole innaffiare, la Regina borbotta che un altro gelatino al cioccolato ci starebbe bene, lo Stregato canta alla falce di Luna e io sento il profumo dell'incenso bruciato, foglie d'ulivo, un pizzico di salvia, un pensiero di erba buona.
Vado a innaffiare, mangiando un gelatino.
Sotto la pioggia.
C'est la vie.

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Come mi trovo

4 settembre 2011
0 nosense
Maggie Taylor

Oddio, io sono davvero così distratta!
Se e quando mi aggiorno mi trovo qui:

Ma non è detto che mi ricordi di aggiornarmi...
Di sicuro mi trovo nella bustina bianca e rossa. Non perchè mi ricordi, ma perchè se lo ricorda Firebunny. E siccome lui è un tipo ordinato si aggiorna, non come me.

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Dove vado

2 nosense
Maggie Taylor

Aspetta... ecco, volevo dire... me lo sono dimenticata.
Aveva a che fare con il seguire il filo di un aquilone, che poi non amo gli aquiloni, ma quel "a-qui-lo-n" mi ricorda Hellequin e mi sta simpatico per similitudine sonora. In fondo se ci si pensa un aquilone non ha molto senso, e neppure parlarne ha senso, al massimo guardarne ma dopo un po' annoia. Ammetterete che guardare la Mesnie non annoia mica per niente, mica un aquilone (ma forse non tutti sanno/vedono la mesnie, questione tra il filosofico, l'antropologico, il sacro e il profano... non vi sarete mica dimenticati che allo Stregatto il sacro sul letto di nozze con il profano a  provare posizioni aerobiche induce a fusa sonore, vero?
Comunque io sono presa da questa idiota occupazione, come dice De Gregori (Signora Aquilone), che poi anche lui, come me, ha il sospetto che tanto idiota non lo sia proprio ma non pensiamoci su e prendiamoci un thé, all'inglese perchè "té" può essere la seconda persona singolare pronunciata da un calabrese (non ci incavoliamo, il mio 1/4 calabro ha litigato con quelle "é" aperte per tutta l'infanzia).
Se proprio volete fare i pignoli vado, ma aggiornandolo periodicamente.
Andavo, passato, prima a salvare fauna e flora italiana. Poi ho capito che questa smania di vedere la Natura come una fanciulla da proteggere dall'uomo/drago la offendeva, se ci si pensa su appare chiaro che ci si deve credere assai potenti per pensarsi draghi davanti alla Natura. Al massimo pulci infestanti, così ho smesso di andare lì e ho comprato un DDT.
Andavo, passato, a ricreare il mondo come un artista. Intanto iniziavo dal virtuale, che si fa esperienza e si passa al reale. Una palestra artistica se si vuole, prendi un puntino, lo leghi ad altri puntini et voilà, hai fatto un logo. Lo chiamano design ma di fatto è un collage di puntini messi a caso su una pagina che non esiste, cosa che rende anche i puntini inesistenti. Questa storia divertiva non poco Il Cappellaio Matto, mettere assieme puntini, vederli e saperli inesistenti, la "non creazione". Dopo un po' questa non creazione artistica mi ha stancata ma bisogna sempre sperimentare il vuoto prima di sfiorare il pieno.

(in aggiornamento)
Per ora vado, incerto presente, dove mi portano le mie mani, attaccate ad un filo, a tratti da pesca, a tratti d'aquilone. Avete mai fatto caso che le mani hanno un cervello tutto loro? E' piccolino, non dico di no, ma ha una sua memoria (lunga!), i suoi tempi per imparare (lunghi!), le sue preferenze personali. Dev'essere per questo che i bambini molto piccoli le guardano stupidi, le aprono e chiudono perplessi. Loro... sanno. Poi si dimentica.
Le mie mani tessono, ma difficilmente disfano. Intrecciano, modellano, creano spesso per conto loro. Intanto la mia mente va, dove ora non chiedetelo, non sono fatti vostri. A tratti siete invadenti.
Quindi per ora vado lì, nel mondo dei materiali vivi e pulsanti.
Intanto mi allargo, come una macchia d'olio in un piattino d'acqua al profumo di erbe bruciate, io ruoto e mi allargo.
Il tutto, badate bene, silenziosamente. Non amo gli schiamazzi, non adoro la propaganda, sono ermetica quanto basta.


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Chi sono?

4 nosense
Maggie Taylor

No, Maggie è l'autrice dell'immagine (che il mondo è pieno di gente furba).
Io sono Alice, va da sé... mica una mette su un blog e lo chiama "Attraverso lo Specchio... e quel che Alice vi trovò" e poi è Dorothy, o Cinderella, o Cappuccetto Rosso!
Ma non quella della Disney, sia chiaro. Avete fatto caso che quell'Alice lì non ha mai avuto un cognome? Sono importanti i cognomi, ti dicono da dove vieni, come sei arrivato ad esser qui, una carta di identità riassunta in una parolina troppo spesso ignorata ed abusata. Quell'Alice lì, come tutte le fiabe Disney, non ha passato, nel momento in cui li disegnano se lo mangiano il loro passato, come la strega di "Spirit always" divorava i nomi e con essi le persone.
Prendete la Sirenetta, si sposarono e vissero felici e contenti con un granchio canterino.
E no! Ariel invece aveva un passato, era viziata e capricciosa, Ariel era cattiva ed egoista, rigetta la sua stessa natura, lei vuole le gambe e un umano mica un bel tritone, si rivolge ad una strega dei mari, fa incantesimi, vende il suo spirito immortale di sirena per... una clitoride? Siamo nei tempi passati, eh? Il principe non sa neppure cosa sia quella robetta lì, siamo nell'éra "dentro e fuori, dentro e fuori, quand'è che inventano i vibratori?!" (cit. film) e lei patteggia la sua immortalità da sirena (le stesse di Odisseo, mica bruscolini!) per qualcosa che nessuno, neanche lei, sa usare. In più la morte, vogliamo parlare della mortalità? No? Perfetto, ci siamo intesi su quanto Ariel sia egoista e stupida. Ma c'è di più!
Ariel è anche arrogante, lei è convinta che le bastino due gambe (due seni rifatti?) per avere il principe. Non ha dote, non ha lignaggio, non ha passato... lo ha lasciato con la sua coda da sirena e la sua eternità di leggenda. Vende l'anima alla strega dei mari (che poi non è cattiva ma molto democratica, insomma: in democrazia ognuno è responsabile per sé, mica che le doveva fare da mammina! Che poi Ariel fosse la principessa, per definizione monarchica è altra storia, non è comunque appurata una malignità politica da parte della strega), si prende due gambe dritte ma instabili e corre da lui. Convinta, eh! Convinta come una velina, una valletta, una Pupa.
E qui, trac, il colpo di scena. Perchè lui sta con un'altra, una con la dote, il passato, una sostanza, e pure due gambe stabili e ben piantate nella sua terra. Ridono, e ridendo assieme si allontanano mentre cala il Sole. Tolto il Sole, come promesso dalla strega sorniona, Ariel diventa spuma di mare.
Tzè, Ariel l'arrogante viziatella dei mari diventa bavetta. Quella che quando andiamo al mare scansiamo come "sporcizia".
Però ci rimaniamo male, leggendo la storia vera. Perchè? Perchè ci abbiamo sperato, per una volta, una soltanto, che il "male", l'arroganza, l'idiozia, il vizio vincessero sul bene. Che la magia nera della strega dei mari funzionasse, che la stolta si sposasse, che quella carogna di principetto ci cascasse, che il mondo e con lui le leggi della Natura facessero quello che vogliamo noi, solo noi, perchè siamo noi, eterni capricciosi, a immagine (wellalà! [che non è il walhalla]) di dio, figli prediletti, portatori dentro di una luce divina (con la batteria scarica)! Che diamine!
"Why is a raven like a writing desk?"
Eh...!
Eh, no. Mica vero. Vince la Natura. E la carognetta con il titolo nobiliare si sposa la dote copiosa, e gli agganci politici, che l'essere umano è più opportunista che innamorato. E tu torni marina, ma declassata. Degna punizione per chi sputa nel piatto in cui mangia, come i terremoti, le alluvioni.
Cosa c'entra con me?
Che io ho un cognome, una storia, un passato.
Mica finisce sempre bene, mica posso fare come mi pare, devo seguire la mia natura, al massimo venirci a patti quando le gira bene.
E siccome il paese delle Meraviglie (che, avrete fatto caso, non è qui; qui siamo dietro lo Specchio) esiste nella mente di Alice (immaginazione=creazione, ma così complico le cose) io sono anche tutti gli altri.
Non vorrete mica che li elenchi?!
Basti dire che a volte ho troppa fretta, a volte taglio qualche testa, a volte scompaio sorniona, a volte sono saccente e fumo narghilé, a volte festeggio dei non-compleanni, a volte dormo, a volte...
Di sicuro appaio come Alice Lidden, un'inglesina precisina, decisamente fuori luogo all'apparenza, attaccata all'etichetta, golosa quanto basta per mettermi nei guai. Ma ricordate, dietro di me c'è sempre un'ombra che muta... siamo un allegro condominio di artigiani qui.
E per paradosso... o per caso... o per scelta... o per essenza... sono veramente una cappellaia (si dice: modista).
Quanto saturnismo nell'aria!
Per, infine, rispondere alla domanda che mi si pone uso le parole del mio stesso "creatore":
"Mi sono state poste così spesso domande su se si potesse immaginare una risposta all'Indovinello del Cappellaio, che anch'io potrei scrivere qui quella che mi pare una risposta abbastanza appropriata: "Perché entrambi producono alcune Note, anche se sempre Piatte; e non sono mai disposti al contrario!". A ogni modo, questo è semplicemente un ripensamento; l'Indovinello, così come era stato inizialmente concepito, non aveva affatto una soluzione." Lewis Carroll, 1896.

Dite che non ho detto nulla di me? Che Il Cappellaio e lo Stregatto hanno giocato a "vedo non vedo"?
Sicuri, sicuri?

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Odi et amo

1 maggio 2011
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Ora che ci penso a "Chi sono" avrei dovuto scrivere "solare". Non che io sia una solare, ma qui e lì un solare sembra stia sempre bene nelle descrizioni femminili quando "manager" in quelle maschili (oppure "nulla" che fa tenebroso intellettuale OR zenzibile, a seconda dell'età).

Ma no, non sono solare. Se sembra è un inganno, che so, ottico, sensoriale, immaginifico, ve lo state inventando voi, oh.
Non sono neanche "così e l'opposto di così", e neppure la classica gorgone che da un momento all'altro divora le persone, no, no, no, niente di tutto questo.
Odi. Odio questa mancanza di fantasia dei profili virtuali dove la gente si descrive o meravigliosa o merdavigliosa, in ogni caso prevedibilmente prevedibile.
Mi sa che sono originale, o che mi piacerebbe esserlo... dovrei pensarci... ma non ho tempo, neanche voglia, diciamola tutta.
Odi. Questa mania dei socialnetuorc, che poi cambiano in continuazione, ne devi avere milioni perchè a quello piace fb all'altro ff, a quella twit all'altra buz, che poi una telefonata e si fa prima che perdere tempo dietro a una tastiera; che poi piggi, piggi e ti sembra di aver costruito qualcosa e invece hai solo un'immagine di te che fa a cazzotti con quella che usi quando esci dal portone di casa e incontri il vicino di casa che non vede "sprobovirtualfiga" ma solo un'idiota scarmigliata che butta la 'monnezza. Insomma, cose da sdoppiamento della personalità accuratamente nutrito a chattate e commentini.
Amo. Quel vivere semplice, ci si vede, porta una pizza, due birre, magari pure un film alla tivù, due chiacchiere non troppo pensate (tanto per evitare inganni di inesistenti intelligenze o di italiane polemiche calcio-politiche).
Odi. I brunci della domenica, gli aperitivi, i tacchi senza motivo, le cose senza motivo. Che un po' di praticità ci sta pure bene ogni tanto, giusto, giusto per purificarsi dai vari Bruno Vespa e quell'altro, lì, quello del tiggì, il fan numero uno del pedopremier, che non mi torna il nome in mente.
Amo. Cucinare, rilassa, diciamolo. Si sta lì tutti assieme, si ciarla, di agisce, si costruisce qualcosa che, se riesce bene, si può pure mangiare. Costruisci qualcosa che ti riempie la pancia, sensazione tattile di collaborazione. Idea carina, bizzosa.
Gli animali, banale lo so, ma va da sé che son più furbi di noi. Però, c'è un però, non quelli tipo Lassie, due p***e Lassie, qui e arriva, lì e va, il cane secchione per definizione. Meglio le teste dure, più stimolanti. Ah, odi i cavalli... lo so, piacciono a tutti, fanno figo, fanno sentire imperatori quando ci sali su. Beh, per me hanno occhi da pecora, sempre stupiti da quello che vedono, capaci di sottomettersi a un bambino con in mano due redini e dei denti brutti, grossi e piatti. Le pecore mi piacciono invece, sarà che ho sangue sardo.


"Post in progress"
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Crema allo zenzero

10 febbraio 2010
5 nosense
 La lana tessuta ha il potere di abbracciarti.
Sono un’amante incostante con le stagioni, aspetto trepidante che giungano, ne godo i primi momenti e poi non vedo l’ora che partano. Questo Inverno invece rimane sulla soglia, aspettando forse una risposta che non giunge. E' risaputo che l’Inverno porta domande, è una stagione molto invadente da un punto di vista personale. Io però non ho fretta di dare risposte che navigano pigre nella mia mente entrando in simbiosi con altre risposte con cui non hanno nulla in comune.
In verità ho solo voglia di lana, calda, morbida, avvolgente. La voglia di coccole mi prende prima dolcemente, come una culla, poi diventa frustrazione e mi ci arrabbio sopra. Come un’insonnia: prima leggi un po’ ma quando insiste ti nevrotizza.
Da qualche giorno ho voglia di attenzioni alla crema. Ne esistono anche alla panna, gira e rigira piene di aria e per averne basta farsi un profilo online e lamentarsi un po’. Ma quelle alla crema sono più costose perché pesano di più, potete chiedere a qualsiasi pasticceria e ve lo confermerà.
Tira vento. Vento del Nord, aria di cambiamento.
L’altro giorno la madre di Miss Perfezione mi ha scambiata per sua figlia e l’altra notte incontrando qualcuno per cui vale la pena, tornati a casa, accendere dell’incenso e toccare ferro nove volte non sono stata riconosciuta. La domanda diventa importante: chi sto diventando?
Il guaio quando sei disposta al miglioramento è questo: ti affezioni a quel che eri e quando cambi non sai più bene dove mettere le mani.
Ora so. Un bel po’ di cose in più su di me.
E la prima cosa che fa una donna quando sa più cose su di sé (o quando vuole cambiare e ancora non c’è riuscita) è mutare aspetto. Così ho tagliato la frangetta, cambiato occhiali e l’ultima parte del guardaroba è stata rinnovata in saldo.
Ma l’Inverno è ancora sulla soglia, come se qualcosa ancora mi sfuggisse, paziente lui. Io quasi quasi gli porgo una sedia, che vederlo in piedi così mi fa tristezza come nelle ultime scene di un vecchio film dove lui non vuole partire ma deve farlo e lei, confusa, lascia decidere a lui per poi pentirsene.
Aspetto una medaglia che non giunge, aspetto una conferma che non arriva, aspetto qualcosa che non ha importanza veramente ma come un taglio di capelli aiuta. E lui aspetta me.
Nel giro dei prossimi 12 mesi cambierò la mia vita anche se mi fa paura, anche se c’è chi dice che non dovrei, anche se c’è chi non lo farebbe mai, anche se complicherò immensamente la mia esistenza.
Chi ha detto che la vita debba essere facile?
Se rimani ferma sulla tua esistenza l’unica cosa che accade è che non apri la finestra al vento del Nord. E rimani cristallizzata dentro un surgelatore di vite, finché sei sotto ghiaccio non vedi le rughe ma appena ne esci arrivano e scopri, troppo tardi, che è troppo tardi.

In silenzio, nella notte, ti afferro delicatamente le mani, lo faccio lentamente per non svegliarti dal sonno, sfioro la tua pelle e osservo le tue labbra socchiuse.

Non amo i surgelati. Preferisco vivere. Complicarmi l’esistenza, avere rimorsi e non rimpianti. Se avessi, se… eco di avrei dovuto, avrei potuto. Contrapposti a un “ho sbagliato”, che la finisce lì, inutile insistere.
Inverno dammi qualche indizio e poi va via.
E’ tempo di cambiare, è tempo di rischiare, poi potrai tornare.
Come da bambina, dallo scoglio più alto della Sardegna guardavo il turchese delle acque, gli istanti prima di tuffarmi erano quelli in cui si aveva più paura, quelli in cui potevi ancora tornare indietro e poi, la mente spegneva il cuore con i suoi timori, e saltavi. L’aria, il vuoto, il nulla e poi il pieno delle acque turchesi che ti abbracciano fino a toglierti il fiato, aria, di nuovo aria, e hai vinto ancora contro gli spauracchi che limitano l'esistenza.
Terra riarsa dal Sole, terra ingorda di acque e circondata dal suo desiderio più grande, laggiù su uno scoglio alto tre metri, sopra a dei fondali d’arcobaleno, sto io in attesa che l’Inverno suggerisca come un gobbo da teatro, tremando di paura prima che di freddo, ma decisa tanto da sapere che spegnerò il cuore con le sue paure e salterò.
E ritroverò l’acqua che ingorda agogno. Se non hai sangue sardo nelle vene non puoi capirlo, se non vedi rovi di piante aride davanti a te non puoi comprenderlo, piante che odorano di legno bruciato sotto il sole e mirti grandi come querce.

Vediamo se senti il profumo di mirto lontano, nel sonno mentre sfioro queste labbra socchiuse. Scopriamo se anche tu, ancora, sogni.

Foto presa da Window to her soul

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Trova la via

Mollichine di Pan di Zenzero alla Cicuta (virtuale)



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E se la Torre di Pisa... avesse ragione lei?

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